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Grano, riso, mais: rincari del 70% doppio nodo scorsoio tra cibo e petrolio

di Maurizio Ricci

ROMA – I prezzi del cibo continuano a volare, il petrolio non scende, l´inflazione accelera, la ripresa economica viaggia a velocità troppo diverse. Per molti paesi europei, Italia compresa, lo scenario della prossima primavera rischia di essere quello del doppio nodo scorsoio della stagflazione: un aumento dei prezzi che pesa su un´economia stagnante, comprimendo redditi e consumi. Con il paradosso che la molla determinante della stagflazione sarebbe una decisione politica: il rincaro dei tassi di interesse sancito dalla Banca centrale europea, proprio per spegnere l´inflazione.
A muovere gli indici dei prezzi sono anzitutto i beni alimentari. Ieri, la Fao ha comunicato che a febbraio, per l´ottavo mese consecutivo, i prezzi alimentari mondiali sono saliti ancora ad un nuovo livello record. I cereali base della dieta mondiale (grano, riso e mais) sono rincarati del 70 per cento negli ultimi 12 mesi. Rincareranno ancora: la Fao, che è il braccio agricolo dell´Onu, stima che, di fronte ad una domanda crescente, nel corso del 2011 ci sarà "una brusca diminuzione" delle scorte di grano e cereali nei magazzini mondiali, con ulteriori tensioni sui prezzi. E la corsa del cibo si incrocia con quella del petrolio, che la crisi libica sta mantenendo a livelli, mai più visti dal 2008.
Insieme, cibo e petrolio stanno alimentando un´inflazione, ancora bassa, se si ripensa agli anni ‘70 e ‘80, ma anomala, rispetto agli ultimi 20 anni. A gennaio, nell´area euro i prezzi sono saliti, rispetto ad un anno prima, del 2,3 per cento, al di là del limite del 2 per cento che si è fissata, come regola, la Bce. Ancora a novembre, il ritmo di aumento dei prezzi era dell´1,9 per cento. In buona misura, questa spinta era stata prevista dalla stessa Bce che, tuttavia, come altre banche centrali, prevedeva che sarebbe stata riassorbita nell´ultima parte dell´anno. Le notizie che arrivano dal fronte degli alimentari e da quello del petrolio fanno pensare, invece, che l´inflazione continuerà a correre. A questo punto, tutti davano per scontato che, all´interno della Bce, sarebbero salite le pressioni per un aumento del costo del denaro: oggi, con il tasso all´1 per cento, di fatto la Bce presta soldi ad un costo inferiore all´inflazione. Trichet sembra avere accolto queste pressioni: il riferimento ad una "forte vigilanza" sul fronte inflazione, fatto dal presidente della Banca centrale, riecheggia quello del 2005, un mese prima di alzare i tassi. I più pensano che, il mese prossimo, il costo del denaro, in Europa, sia destinato a salire.
Il problema è che non è una medicina buona per tutti. E´ buona per la Germania, dove la ripresa economica è vigorosa, assai meno per l´Italia, la cui economia viaggia a metà della velocità della media europea. La teoria vuole che un denaro più caro raffreddi la domanda e, per questa via, l´inflazione. Ma, in Germania, a gennaio, le vendite al dettaglio sono aumentate di un significativo 1,4 per cento. In Francia, dello 0,1 per cento. In altre parole, quello che in Germania raffredda, altrove strangola. D´altra parte, forse, non è neanche la medicina giusta. Cibo e petrolio sono merci internazionali, la loro inflazione è, per così dire, importata. Ma se si scorporano cibo e petrolio, l´inflazione che possiamo chiamare interna è estremamente moderata e non dà segno, per ora, di essere contagiata dal boom delle materie prime. La distinzione è importante. A far correre le materie prime è, soprattutto, la domanda dei paesi emergenti, come Cina e India. Raffreddare la domanda europea, con un aumento del costo del denaro in Europa, non ha alcun effetto sulla domanda di quei paesi e, dunque, sui prezzi di cibo e petrolio. Rischiamo di avere un denaro più caro, un´economia più lenta, ma di continuare lo stesso ad importare inflazione.
L´aumento dei tassi di interesse può contribuire alla stagflazione per altre due vie. La prima è l´euro. Sono bastate le parole di Trichet a far salire la quotazione della moneta europea rispetto al dollaro. Poiché gli osservatori sono concordi nel ritenere che la Fed inasprirà la politica monetaria solo più avanti nel corso del 2011, un rincaro anticipato dei tassi da parte della Bce spingerà verso l´alto l´euro. Questo può contenere il costo delle importazioni di cibo e petrolio, ma peserà negativamente sulle esportazioni del sistema Europa. La seconda via è l´effetto dei tassi sulla crisi del debito di molti paesi europei. Ieri, l´aspettativa di un rialzo dei tassi da parte della Bce ha spinto subito verso l´alto i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi. Il Bund a dieci anni è arrivato al 3,33 per cento. Il rialzo del Bund comporterà, probabilmente, un rincaro degli altri titoli europei. In altre parole, per finanziare il proprio debito, paesi come Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia dovranno pagare di più gli investitori, rendendo più difficile il riequilibrio delle proprie finanze. A meno di un nuovo giro di austerità, al suono di più tasse e meno spese.

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