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Grandi opere fuori dal deficit, la cautela di Bruxelles

La Commissione europea ha annunciato che «entro l’estate» presenterà la proposta per definire le spese produttive da escludere nel calcolo del deficit pubblico dei Paesi membri. In questo modo l’Italia e altri Stati in difficoltà avrebbero maggiori margini di spesa per varare piani di investimenti orientati a rilanciare la crescita e l’occupazione. Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, nel Consiglio a Lussemburgo di lunedì scorso con i colleghi europei, ha chiesto di non considerare quanto necessario per finanziare le grandi reti di trasporto europee Ten.

Ma l’aspettativa del governo di Enrico Letta appare più ampia e potrebbe estendersi ai cofinanziamenti nazionali per i progetti con fondi Ue e a interventi per contrastare la dilagante disoccupazione (soprattutto quella giovanile).

Francia, Spagna, Polonia, Slovenia, Belgio, Olanda e Portogallo hanno ottenuto dilazioni degli impegni di deficit concordati con Bruxelles (biennali e annuali). Ma l’Italia potrebbe avere difficoltà a ricevere analoghe concessioni perché il suo già altissimo debito pubblico è salito dal 120 al 130% del Pil con il governo Monti e quest’anno è previsto in ulteriore ascesa con il governo Letta. La possibilità più concreta di ottenere maggiori margini nella spesa pubblica — senza tornare sotto la procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo (da cui l’Italia è appena uscita) — resta quella di eliminare dal conteggio gli investimenti produttivi. Nel gergo anglosassone questa concessione si chiama «golden rule» e si applicherebbe a tutti i finanziamenti per lo sviluppo economico. La proposta della Commissione, pur definita con lo stesso termine, dovrebbe essere invece limitata a iniziative specifiche e restare condizionata dall’impegno di non superare il 3% nel rapporto tra disavanzo e Pil previsto dal Trattato di Maastricht.

Il governo tedesco della cancelliera Angela Merkel e altri Paesi del Nord, sostenitori delle misure di austerità per tenere sotto controllo i conti pubblici, non sembrano intenzionati a concedere tutti i margini di spesa pubblica attesi dall’Italia e dagli altri Stati membri in recessione e con difficoltà di bilancio.

La stessa Commissione Barroso appare divisa. Il vicepresidente responsabile del controllo sui conti pubblici nazionali, il finlandese Olli Rehn, guida i frenatori filo-Germania. Commissari sensibili alle richieste dei Paesi mediterranei risultano Antonio Tajani (Industria), il francese Michel Barnier (Mercato interno) e l’ungherese Laszlo Andor (Occupazione e Politiche Sociali). Pertanto la Commissione europea ha confermato l’elaborazione in corso della «golden rule» precisando che appaiono premature le indiscrezioni giornalistiche sull’esclusione dal conteggio del deficit per finanziamenti nei settori delle infrastrutture, dei trasporti o dell’energia.

Lupi, al Consiglio dei ministri dei Trasporti, ha però fatto riferimento al progetto di reti di comunicazione Ten, già approvato dall’Ue e finanziato con un sostanzioso pacchetto di miliardi da investire nei prossimi anni. «Sono risorse fondamentali per realizzare collegamenti dei corridoi, come quello mediterraneo che va da Madrid a Kiev — ha detto Lupi —. Sono fondi di reti Ue, perché devono rientrare in Maastricht?». La valutazione politica destinata a orientare la proposta della Commissione sulla «golden rule» dovrebbe essere preparata dall’Ecofin dei ministri finanziari il 21 giugno prossimo, per poi passare all’esame del Consiglio dei capi di Stato e di governo in programma il 27 e 28 giugno a Bruxelles.

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