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Grandi opere per 200 miliardi ma il decreto non c’è ancora

Battaglia fino all’alba in Consiglio dei ministri e poi accordo “salvo intese” per il testo che sblocca gli appalti Una lista di 130 progetti prioritari, dal Mose alla Gronda. Conte: “Un trampolino di lancio per un’Italia che corre”
«È stata una gestazione sofferta », ammette in un moto di sincerità il presidente del Consiglio. Ma è l’unica concessione alle traversie che hanno accompagnato l’estenuante trattativa sul decreto Semplificazioni, a lungo complicato da veti incrociati e baruffe interne alla maggioranza. Più volte arrivata, nel corso della maratona notturna in Consiglio dei ministri, al punto di rottura.
Il paradosso di un testo — 48 articoli spalmati su 100 pagine — che si prefigge di sbloccare i cantieri, velocizzare gli appalti, rendere a portata di click tutti i servizi della pubblica amministrazione, e tuttavia rimasto impantanato per settimane nel gorgo giallorosso. Sino all’ultimo. Tant’è che alle cinque del mattino, quando gli ultimi nodi faticavano a giungere a soluzione, Giuseppe Conte è sbottato: «A mezzogiorno devo fare la conferenza stampa e nel pomeriggio partire per Lisbona, noi adesso approviamo e poi se la vedranno i tecnici». La formula “salvo intese” a certificare come l’accordo politico sulla «madre di tutte le riforme » — nonostante la girandola di vertici, incontri, colloqui separati con i leader dei partiti per trasmettergli l’urgenza di un provvedimento che «ci chiede l’Europa» — non sia stato ancora perfezionato.
Un dettaglio, per l’inquilino di Palazzo Chigi. «È una rivoluzione senza precedenti. Aver fatto convergere quattro forze di maggioranza è un risultato clamoroso, tutta l’Italia dovrà vantarsene», esulta il premier. L’affanno della coalizione derubricato a mera questione burocratica. «Siccome durante l’ultima stesura sono state introdotte delle modifiche praticamente in diretta, abbiamo bisogno di qualche giorno per affinarle dal punto di vista tecnico per poi andare in Gazzetta Ufficiale », garantisce. Senza tuttavia fornire una data. Né una scadenza precisa per la conversione in legge.
Un po’ il difetto che soffre il nutrito elenco di infrastrutture strategiche stilato dalla ministra Paola De Micheli — oltre 130, una cinquantina affidate ad altrettanti commissari con poteri speciali sul “modello Genova” — che valgono 200 miliardi e godranno di una corsia preferenziale in deroga al Codice degli appalti per poter essere realizzate in tempi rapidi e certi. Alcune delle quali, fra l’altro, già finanziate e persino esecutive — dalla Gronda di Genova al completamento del Mose, dalla Torino- Lione all’alta velocità Roma-Pescara e Palermo-Catania-Messina — epperò frenato da contenziosi, complessità progettuali, lungaggini amministrative. Proprio ciò che le nuove norme si prefiggono di tagliare. Insieme alle gare. Ma «senza offrire spazio agli appetiti criminali: abbiamo rafforzato i presidi di legalità» assicura Conte. Assai soddisfatto: «Durante gli Stati generali è stato corale l’appello a ridurre la burocrazia e far correre il Paese. Questa riforma è il trampolino di lancio per un’Italia più semplice, che va veloce», dice. E pazienza se per la Cisl «rischia di essere un altro libro dei sogni». Con Salvini ad attaccare le «solite chiacchiere » e Meloni a punzecchiare: «Il testo non c’è, la farsa continua».
Tutt’altra musica rispetto ai leader di maggioranza, che tirano invece «un sospiro di sollievo», Renzi, «anche se non è il piano shock che avremmo voluto»: strascico della guerra sulla lista delle opere commissariate, che in Parlamento Iv chiederà di rimpolpare e Leu di ridurre. Mentre Zingaretti osserva che «il governo è sulla strada giusta » e Di Maio esulta: «Iniziamo a pianificare la ripartenza italiana».
Come se gli scontri fra alleati non ci fossero mai stati. O fossero ormai dimenticati. Tutto falso. Non solo i ministri erano arrivati in Cdm mal disposti poiché l’ultima stesura del decreto gli era stata inviata appena un’ora prima, ma s’erano pure ritrovati un paio di norme mai discusse in maggioranza. Per esempio i maggiori poteri per il Cipe, cui sovrintende un sottosegretario grillino. Contro cui il Pd è insorto. «Se vogliamo semplificare va abolito, non rafforzato », l’accusa di Peppe Provenzano. Poco prima che Dario Franceschini ed Enzo Amendola demolissero l’azzeramento delle gare sopra la soglia comunitaria dei 5 milioni, voluto da Conte, 5S e Iv. «Non si può fare», l’altolà dei due dem, «va in conflitto con le direttive europee».
Una battaglia articolo per articolo. Che ha coinvolto anche il Guardasigilli Alfonso Bonafede, deciso a difendere l’abuso d’ufficio, mentre la renizana Bellanova ne chiedeva lo stralcio. «D’ora in avanti rischierà di più il funzionario pubblico che tiene ferme le opere, non chi le sblocca », spiegherà poi il premier. E pure Gualtieri ha incrociato le lame, stavolta con la titolare dell’Innovazione Paola Pisano. Contrario, il responsabile del Tesoro, a far confluire tutte le banche dati della P.A. e delle partecipate in un’unica piattaforma presso la presidenza del Consiglio: «Questa è la nostra linea rossa», l’ha stoppata. Ultimo flash di una notte da lunghi coltelli, in attesa delle “intese” che chissà quando verranno.
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