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Grandi aziende, indennizzi più alti

Il tetto massimo della tutela monetaria in caso di licenziamento economico illegittimo resta a 24 mensilità. Ma la crescita dell’indennizzo-base potrebbe variare a seconda della dimensione aziendale, per non penalizzare le piccole imprese (sotto i 16 dipendenti, a cui oggi non si applica l’articolo 18) e far pagare, invece, qualcosa in più a quelle più grandi (sopra i 200 dipendenti). In pratica, si starebbe pensando a tre scaglioni, come ultima novità da inserire nel decreto con la nuova disciplina del contratto a tutele crescenti che, assieme al Dlgs ull’Aspi, è atteso al Cdm di domani.
Per le aziende sotto i 16 dipendenti (attualmente pagano da 2,5 mensilità fino a 6 mensilità per licenziamenti illegittimi) l’ipotesi di indennizzo allo studio è mezza mensilità ogni anno di servizio fino a un limite di 6 mensilità (non ci sarebbero pertanto peggioramenti rispetto alla situazione attuale, anzi nella fase iniziale ci sarebbe perfino un vantaggio per il datore di lavoro).
Per le imprese da 16 a 200 dipendenti gli importi resterebbero 1,5 mensilità per anno con un tetto di 24 (e un indennizzo minimo di 4 mensilità) in caso di contenzioso. Nell’ipotesi di conciliazione rapida (1 mensilità fino a 16 mensilità, con un minimo di 2 mensilità). Per le aziende sopra i 200 dipendenti gli importi degli indennizzi sarebbero più elevati (si sta discutendo di 1,5-2 mensilità ogni anno di servizio, in caso di conciliazione e ?2-3 mensilità sempre ogni anno di servizio in caso di contenzioso) – si avrebbe quindi un incremento più accelerato del ristoro economico.
Per i licenziamenti disciplinari la tutela reale dovrebbe rimanere per i soli casi di «insussistenza del fatto materiale», ma qui una parte della maggioranza, capeggiata da Maurizio?Sacconi (Ap) e dal giuslavorista Pietro Ichino (Sc), insiste per introdurre anche per il datore di lavoro la clausola dell’opting out per consentire pure a lui (oggi vale solo per il lavoratore) di poter convertire l’eventuale condanna al reintegro con un indennizzo monetario.
Ancora da sciogliere i nodi sull’estensione delle nuove regole anche ai licenziamenti collettivi; alla durata del periodo iniziale di prova (oggi è 6 mesi, potrebbe salire a 9-12) e del risarcimento, da affiancare all’indennizzo, in caso di licenziamento illegittimo (si ipotizzano 6 mensilità per incentivare anche i magistrati a pronunciarsi rapidamente). Una parte del Pd, con Cesare Damiano, conferma le critiche all’impianto del Dlgs: «Aprendo ai licenziamenti collettivi e all’opting out delle imprese si va oltre la delega», avverte.
Bocche cucite, invece, sul secondo Dlgs, che viene confermato per domani, che cambierà volto all’Aspi. Il testo è stato chiuso dai tecnici di Palazzo Chigi e del ministero del Lavoro venerdì e ieri è stato vagliato alla Ragioneria. Il nuovo ammortizzatore universale per chi perde il lavoro dovrebbe entrare in funzione verso giugno prossimo e sarebbe accessibile con sole 13 settimane di contributi. Il sussidio dovrebbe crescere con la durata del contratto (detto appunto a tutele crescenti) fino a 24 mesi, ovvero 6 in più rispetto ai 18 previsti a regime dall’Aspi Fornero. Non trapelano indicazioni sull’ammontare che non dovrebbe però superare il tetto dei 1.090 euro mensili. L’estensione della platea dovrebbe comprendere la transizione fino a esaurimento dei co.co.pro. e i contratti in somministrazione, oltre a tutti i nuovi contratti a tutele crescenti, a prescindere dal settore di appartenenza.
Resta l’idea di base di legare la durata del sussidio alla contribuzione pregressa (con scalettatura ancora da definire) e resta l’assegno di disoccupazione che scatta dopo l’esaurimento della nuova Aspi, ma non è chiaro se sarà già in questo Dlgs. Vi si accederebbe con un Isee basso, un ammortizzatore di ultima istanza che sarà legato a una condizionalità: la partecipazione del beneficiario a programmi di reinserimento lavorativo. Con la nuova Aspi, che armonizza l’attuale Aspi e mini-Aspi, non cambierà lo schema della contribuzione dovuta da datori e dipendenti (carico per due terzi sui primi e un terzo sui secondi): l’1,30% dovuto per la disoccupazione e l’1,4% per l’Aspi sui contratti a termine. Con l’evidente obiettivo di incentivare la migrazione dai contratti a termine verso i nuovi contratti a tutele crescenti.
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