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«Grandi affari con les italiens» Ma l’Europa sia meno ingenua

Signor ministro Riester, la Francia è il primo investitore in Italia. Questo impegno provoca talvolta perplessità per lo «shopping» francese delle imprese italiane. Che cosa ne pensa?

«Gli investimenti stranieri, soprattutto quando vengono da un Paese europeo, sono un fattore positivo, noi cerchiamo di attrarli il più possibile. E quindi anche quelli francesi in Italia mi sembrano utili per la creazione di posti di lavoro e di valore. Sono investimenti a lungo termine, con la volontà di reinvestire localmente i profitti. Lo vediamo nel lusso, per esempio, ma non solo. In generale, quando c’è una relazione durevole, come tra la Francia e l’Italia, preferiamo investire e produrre sul posto piuttosto che produrre in Francia e poi esportare in Italia. E le cifre lo confermano: il nostro deficit commerciale con l’Italia sfiora i 12 miliardi, secondo l’Istat. Potremmo capovolgere il punto di vista: perché le imprese italiane non investono e producono di più in Francia?»

Gli investimenti francesi in Italia sono quasi triplicati in 10 anni arrivando a 85 miliardi di euro. Da che cosa dipende questa crescita?

«Puntiamo molto sulla relazione commerciale con i nostri Paesi vicini. La nostra capacità comune di affrontare i momenti di crisi passa attraverso i legami forti con i partner europei. Le imprese francesi e italiane sono spesso complementari. E poi ci sono gli investimenti incrociati, la tendenza a costituire gruppi europei, per esempio StMicroelectronics, Essilor Luxottica o adesso Stellantis».

Ma anche qui la Francia è attenta a difendere i propri campioni nazionali. Pensa che questo atteggiamento abbia avuto un peso nel fallimento dell’operazione Fincantieri/Chantiers de l’Atlantique, o anche nella nascita di Stellantis, che viene percepita come a guida francese?

«Nel capitale di Stellantis la famiglia Agnelli è il primo azionista, e stretti legami sono mantenuti con la famiglia Peugeot. Il presidente esecutivo di Stellantis John Elkann era il presidente di Fiat e alla guida operativa di Stellantis c’è un dirigente portoghese, Carlos Tavares. Stiamo costruendo un campione europeo di respiro mondiale».

Ma in Stellantis è presente anche lo Stato francese.

«La Banque Publique d’Investissement è nel capitale di questo nuovo gruppo, ma nelle scelte operative non c’è la volontà di privilegiare la Francia rispetto all’Italia. È nell’interesse dei nostri due Paesi».

E Fincantieri/Chantiers?

«Siamo delusi da una parte e dall’altra, l’operazione è tramontata perché la situazione con la crisi del Covid è cambiata».

La Germania è il principale partner commerciale sia della Francia sia dell’Italia. Pensa che si possa migliorare una relazione economica e commerciale a tre, al di là dell’asse franco-tedesco?

«Certo, il punto non è farci competizione tra noi partner europei ma migliorare la capacità dell’Europa di competere con Cina e Stati Uniti o altri. Stiamo cercando di lavorare insieme su molti dossier, dall’idrogeno alle batterie elettriche».

Vorreste e accettereste maggiori investimenti italiani in Francia?

«Siamo pronti ad accoglierne il massimo possibile. Ho partecipato con grande piacere all’Ambasciata d’Italia a Parigi alla cena dei 60 anni di Ferrero in Francia, un’impresa che continua a creare posti di lavoro, come Barilla e altri, del resto, è formidabile. Ma siamo favorevoli ad averne altri, dal 2017 la Francia ha compiuto riforme per rendere il Paese più attraente per gli investitori, dalla fiscalità agli obblighi amministrativi alla flessibilità del lavoro. È il momento buono per venire a investire in Francia. Detto questo, non viviamo come problematica la buona performance delle esportazioni italiane da noi, in settori come le macchine industriali agricole, tessile, abbigliamento, cuoio, e prodotti metallurgici. Noi invece esportiamo in Italia prodotti legati soprattutto all’automobile, la farmacia, chimica e agroalimentare. Spetta a noi migliorare nelle esportazioni».

Qual è l’impatto della pandemia sulle relazioni economiche e commerciali? Il piano di rilancio non si fa attendere troppo?

«Speriamo tutti che il piano di rilancio europeo, decisione storica, adesso acceleri. Francia e Italia traggono entrambe vantaggio dalla solidarietà europea, è la prova che l’Europa è utile, specie nei momenti difficili. Spero che il piano di rilancio aiuterà a costruire campioni europei, a re-localizzare in Europa le nostre catene di valore, e a essere meno ingenui verso Paesi terzi che talvolta praticano una concorrenza sleale».

In quali settori Francia e Italia potrebbero collaborare ai fini della re-localizzazione?

«Per esempio spazio, sanità, alta tecnologia, cloud, idrogeno».

In Francia si è molto parlato dello sfruttamento dei lavoratori uiguri in Cina. Pensa che la dimensione etica avrà più peso?

«È nel nostro interesse prendere in considerazione le questioni che riguardano il bene comune: dalle preoccupazioni ambientali alla protezione della biodiversità alla lotta contro il lavoro forzato ai diritti dell’uomo. Su questi temi ci troviamo d’accordo con l’Italia. Possiamo usare la politica commerciale europea come una leva per influenzare i nostri partner extra-europei su altri temi».

A questo proposito si parla meno delle «nuove vie della seta» cinesi.

«Quel che è certo è che vogliamo più reciprocità e meno ingenuità. Usare uno strumento come l’IPI (International Procurement Instrument) per ottenere una maggiore apertura dei mercati pubblici cinesi, e condizionare la ratifica dell’accordo Ue-Cina sugli investimenti a garanzie cinesi sul fatto che non venga usato il lavoro forzato. In questo contesto le sanzioni cinesi contro i parlamentari europei sono inaccettabili».

Pensa che la relazione economica e commerciale franco-italiana possa avvantaggiarsi della Brexit?

«Molte imprese extra-europee si stabiliscono ora in Francia e Italia. Londra tendeva a vedere l’Europa come una zona di libero scambio piuttosto che un’area di politica industriale integrata. Ora i tempi sono propizi perché i nostri Paesi creino campioni a livello globale».

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