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Il grande freddo per le partite Iva ma i ricavi ko aprono l’opzione flat tax

Oltre due milioni di partite Iva sono rimaste ferme durante il lockdown fino al 3 maggio dello scorso anno. In pratica il 40% dei 5,3 milioni di soggetti che compongono la galassia degli indipendenti, tra professionisti, imprenditori e altre partite Iva. Ancora per tutto il mese di maggio lo stop ha coinvolto il 28% degli indipendenti. E per molti si protrae tuttora: basti pensare ai lavoratori dello spettacolo o del turismo. La fotografia del primo impatto dell’emergenza Covid-19 è contenuta nel Rapporto sulle libere professioni, presentato nei giorni scorsi da Confprofessioni. Per tutti il 2020 sarà ricordato come l’annus horribilis, per via del vertiginoso calo dei redditi, che chiude un decennio di crisi profonda e inarestabile.

Dal punto di vista fiscale e contabile, però, proprio il calo dei redditi potrebbe almeno consentire alle partite Iva finora in fascia medio-alta (con redditi oltre i 65mila euro) di cambiare regime, centrando l’obiettivo della flat tax, il regime forfettario riservato a chi dichiara meno di 65mila euro appunto (si veda la scheda a fianco).

Ma andiamo con ordine. Per avere un’idea dell’effetto della pandemia sulla galassia degli indipendenti (professionisti, imprenditori, commercianti e autonomi) bisogna mettere insieme più tasselli. Come ricorda Confprofessioni, a fermarsi, infatti, non sono state tutte le categorie: a casa senza reddito sono rimasti soprattutto gli autonomi: 1.549.610, uno su due. Inevitabile che si siano messi subito in fila per i bonus Inps da 600 euro: oltre 4 milioni le domande arrivate all’Inps solo per marzo e aprile.

Un’altra cartina di tornasole arriva poi dalla seconda ondata delle domande di sostegno per i contributi e le indennità previste dal decreto Rilancio e dai decreti Ristori, il cui accesso per le partite Iva era legato anche al calo di fatturato dei primi mesi del 2020. Ebbene in queste condizioni si sono trovati oltre 2.393.018 contribuenti solo per i contributi del Dl Rilancio (si veda anche la pagina a fianco).

I professionisti

È andata un po’ meglio ai professionisti ordinistici: 1.672.000 quelli censiti dalle Casse previdenziali. I lo ro studi non hanno chiuso nel lockdown, anche se l’impegno di lavoro non è certo stato proporzionale agli incassi. Ma anche qui la sofferenza parte da lontano ed è stata solo aggravata dalla pandemia: il reddito medio 2019 è rimasto inchiodato intorno ai 35mila euro (meglio certo dei colleghi non ordinistici fermi a 15mila). E infatti uno su tre (513mila calcola l’Adepp) ha ottenuto il reddito di ultima istanza (Rui), ovvero il bonus da 600-1000 euro. Una prima spia dell’«effetto Covid», visto che una parte delle richieste, quella di chi si collocava tra i 35 e i 50mila euro di reddito 2018, poteva accedere al bonus solo autocertificando una riduzione degli incassi nei mesi del lockdown.

Certo, anche se per i conti definitivi 2020 bisognerà attendere, le prime stime ci sono già. Ad esempio nei bilanci di previsione 2021 sempre delle Casse. Per gli avvocati Cassa forense prevede «una diminuzione di reddito e di fatturato della categoria di circa il 20% rispetto all’anno precedente». Un ulteriore macigno, in parte legato anche alla paralisi dei tribunali, se si considera che già prima più della metà dei legali iscritti, ovvero 138mila sui 245mila totali, dichiarava un reddito inferiore a 35mila euro. Mentre per i commercialisti la riduzione, sempre in considerazione della crisi economica, «è stimata nella misura del 10%» nel previsionale della Cassa di categoria. E -8% segna anche il barometro di Inarcassa per ingegneri e architetti.

I sostegni futuri

Da giugno gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps dovrebbero poter contare sull’Iscro (Indennità sostitutiva di continuità reddituale e operativa): un primo esperimento di “cassa integrazione” fino al 2023 con un assegno che va dai 250 agli 800 euro mensili per sei mesi. Tutto in autofinanziamento, però, con un aumento solidaristico delle aliquote contributive degli iscritti. La platea è stimata in oltre 41mila lavoratori (su 290mila), che già ora dichiarano fino a 8.145 euro annui e per i quali si prevede il dimezzamento del reddito. «È un primo passo – commenta Chiara Gribaudo, deputata Pd in prima fila nell’inserimento di Iscro in manovra –. Spero che il nuovo Governo riprenda in mano l’agenda per il lavoro autonomo. Non è più rinviabile l’attuazione dell’equo compenso ed occorre ridurre la doppia tassazione sugli investimenti delle Casse che potrebbe liberare 500 milioni da destinare al welfare» . I professionisti ordinistici aspettano invece l’esonero, solo parziale, dai contributi minimi che secondo le prime stime potrebbe, in astratto, riguardare ben 945mila soggetti sotto i 50mila euro. Ma la torta – da spartire con i “colleghi” Inps – è piccola: la manovra ha stanziato un miliardo, in teoria si può salire a 2,5 miliardi con il decreto ristori 5. Se non fosse che di quest’ultimo, con la crisi di Governo, se ne sono perse le tracce.

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