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Il grande freddo tra i banchieri centrali

No, la Brexit non è stato un evento come Lehman Brothers. Almeno dal punto di vista dei rapporti tra banche centrali. Infatti, l’esito del referendum nel Regno Unito ha sancito il gelo tra la Federal Reserve di Janet Yellen e la Bank of England (BoE) di Mark Carney. Se, dopo il crac di Lehman una delle prime a correre in aiuto degli Usa era stata proprio la BoE, stavolta la Fed si è limitata a garantire la presenza di swap di liquidità in dollari.

Frustrazione«Siamo presenti, siamo cooperativi, ma non ci sarà alcuna misura straordinaria, per ora». Così dice un vice president della Fed di New York che ha chiesto l’anonimato, data la situazione in evoluzione. «Gli swap per sostenere la sterlina sui mercati valutari non sono in discussione, ma si tratta di operazioni di routine», sottolinea.

Per il momento, quindi, non ci sarà altro per garantire la stabilità dei mercati. La differenza tra Lehman e Brexit è sostanziale. Il collasso della quarta banca di Wall Street è stato un evento finanziario locale che ha avuto ripercussioni geopolitiche globali. Il risultato del referendum sull’appartenenza del Regno Unito in Europa quasi il contrario: un episodio geopolitico locale che ha avuto un impatto finanziario a livello sistemico. «Prima si risolve il problema alla fonte, che è domestica e circoscritta, prima si risolve la volatilità sui mercati, che invece è stata più diffusa», conclude il funzionario della Fed.

È simbolica, in quest’ottica, la cancellazione del meeting che si doveva tenere mercoledì scorso a Sintra, in Portogallo, durante il forum annuale sulle banche centrali organizzato dalla Bce di Mario Draghi. Dovevano parteciparvi, oltre all’ex governatore della Banca d’Italia, anche Yellen e Carney. Ma si è preferito posticiparlo a data da definirsi. Una è tornata a Washington, l’altro a Londra. Si potranno sentire, come di consueto, al telefono. Niente di più.

All’Eurotower la frustrazione per la Brexit è elevata, ma è dall’altra parte dell’Atlantico dove è maggiore. Due sono i principali motivi. Il primo, più facile da intuire, deriva dall’incertezza che ha scatenato il referendum nell’animo degli investitori internazionali, che sta rallentando il processo di normalizzazione della politica monetaria della Federal Reserve. Non sono positive le stime dettate dal FedWatch della Chicago mercantile exchange (Cme), che monitora il prezzo dei future sui Fed fund a 30 giorni per prevedere quando gli operatori si attendono il prossimo rialzo dei tassi della Fed. Ora il primo incremento dopo quello del dicembre scorso è visto solo nella seconda parte del 2017. In altre parole, la Brexit ha fatto perdere oltre un anno alla Fed. Da qui, quella che nei corridoi dell’Eccles Building di Washington viene descritta come «l’estrema insoddisfazione della Yellen e del board». Erano previsti almeno due incrementi nell’anno in corso, è già tanto se ce ne sarà uno solo nel prossimo, come ha fatto notare Goldman Sachs in una nota circolata la scorsa settimana.

MonitoraggioLa seconda ragione è più complicata da cogliere. A causa della Brexit e del ritardo nel rialzo dei tassi statunitensi, c’è il timore che alcuni settori dell’economia statunitense si possano surriscaldare, alimentando la nascita di bolle. «Quanto successo nel Regno Unito è la classica variabile indipendente improvvisa, le cui conseguenze di medio-lungo periodo sono ignote», ha commentato Morgan Stanley parlando della Fed. La scelta di attendere per continuare l’exit strategy deriva dalla volatilità azionaria non domestica. Dow Jones e S&P 500 continuano a essere ai massimi, mentre i titoli di Stato americani, i Treasury, hanno visto i propri rendimenti scendere, dato che sono considerati un asset rifugio dagli investitori alla stregua dell’oro e dei Bund tedeschi.

Tuttavia, considerata l’importanza che la Yellen attribuisce ai dati, sia microeconomici sia macroeconomici, il suo team di analisti è già stato chiamato a un monitoraggio ancora più preciso dello stato dell’economia americana nei dodici distretti della Fed. «Non è detto che la Brexit possa avere un impatto sull’economia reale statunitense, ma potrebbe provocare un’asimmetria sui prezzi di qualche segmento», ha scritto Capital Economics dopo il voto in Regno Unito. Se così fosse — è ancora presto per dirlo con certezza — il percorso di uscita dagli stimoli monetari post Lehman Brothers potrebbe essere più complicato del previsto per la Yellen, che già ora è stata costretta a cambiare in corsa i suoi programmi.

Con la sterlina che è giunta al minimo dal settembre 1985 contro il dollaro poche ore dopo la chiusura delle urne nel Regno Unito, in molti si attendevano una mossa delle principali banche centrali globali, dalla Fed alla Bank of Japan, passando per la Bce e per la Bank of Canada. Un’azione coordinata che però non è arrivata e che, spiegano dalla Fed, arriverà solo nel caso la situazione peggiori ulteriormente su scala sistemica. Per adesso, meglio il minimo indispensabile, cioè gli swap di liquidità. Isolata geograficamente e politicamente, ora la Gran Bretagna lo è anche sotto il profilo monetario.

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