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Il grande equivoco dei fondi. Quel dialogo tra sordi fra Bruxelles e l’Italia

A ieri neanche un brogliaccio di una sola delle decine di «componenti» del piano italiano per Next Generation EU era stato inviato a Bruxelles per un primo confronto. Anche semplicemente informale. In sé, non è un’anomalia il fatto che il governo possa presentare l’intero pacchetto del Recovery plan solo in gennaio (o più probabilmente anche dopo). Hanno già mandato alla Commissione europea il loro progetto solo pochi Paesi, fra i quali Portogallo e Spagna; a Madrid non è difficile percepire la frustrazione per la complessità bizantina di certi requisiti e del resto la stessa amministrazione di Bruxelles tradisce delle esitazioni: quando per esempio l’Italia ha chiesto se poteva usare i fondi europei a garanzia di una quota di investimenti, sul modello del Piano Juncker varato a Bruxelles anni fa, la Commissione è rimasta a lungo senza risposta.

Eppure, con il passare delle settimane si profila un problema di fondo: il modo in cui il governo sta stendendo il suo piano sembra incompatibile con il tipo di programmazione richiesto da Bruxelles per la spesa dei 209 miliardi disponibili per l’Italia. Poco importa se siano valide sulla carta le specifiche idee di investimento, fra le quali alcune iniziano a filtrare: un nuovo Politecnico a Roma, il rifinanziamento degli incentivi all’investimento tecnologico di Industria 4.0 con un piano di formazione 4.0 e potenzialmente anche gli sgravi (già in vigore) per gli interventi ambientali sulla casa.

I piani

Solo pochi Paesi, fra cui Portogallo e Spagna, hanno già mandato il loro piano a Bruxelles

Il problema è nel metodo. A Roma, per scelta del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la preparazione del Recovery plan sia fa praticamente in segreto: poche persone sono ammesse alle riunioni, mentre altri specialisti vengono coinvolti su aspetti parziali il meno possibile e senza farlo sapere. A Bruxelles invece la Commissione ha pubblicato sul suo sito un modello completamente diverso di come vanno scritte le proposte, fornendo esempi in teoria fittizi ma chiari: il testo per ogni «componente» del piano (l’Italia avrà fra 50 e cento «componenti») è di decine e decine di pagine e basta sfogliarlo per vedere come un lavoro del genere condotto nel segreto di poche stanze romane sia impossibile. Ogni singola proposta va corredata di riforme che la rendano credibile, interventi su fattori diversi che la rendano effettiva, condizioni di contorno nelle amministrazioni, nelle categorie e nelle parti sociali. Il modello di piano per il 5G e la fibra (27 pagine) per esempio prevede misure che migliorino i percorsi «lenti e costosi» per i permessi e le controversie: significa coinvolgere enti locali, tribunali, professionisti. C’è poi in quell’esempio un cenno al fatto che Bruxelles terrà d’occhio gli aiuti di Stato: probabile che si chieda di trasferire al consumatore finale ogni vantaggio che grandi imprese pubbliche o private potrebbero trarre ricevendo fondi europei per eseguire i progetti.

Altri «esempi» della Commissione su come vanno scritti i progetti del Recovery plan sono anche più precisi. Quello sull’efficienza energetica indica la creazione di uno sportello unico provinciale per permessi, consulenza finanziaria o tecnica, esecuzione. L’«esempio» sulla modernizzazione dell’amministrazione prevede interventi sui meccanismi anticorruzione, «l’uso eccessivo delle corsie veloci», la partecipazione delle start-up agli appalti, la formazione digitale dei funzionari. Sono solo alcuni casi. Ma non sembra possibile programmare e stilare in modo concreto qualcosa fra tutto questo con le modalità di lavoro carbonare che dall’inizio sono state individuate a Palazzo Chigi. Un risultato è, appunto, che non un solo specifico progetto è stato mostrato a Bruxelles per un confronto di merito, in vista della presentazione del piano da 209 miliardi. Di tempo ne resta, ma a Roma come a Bruxelles il nervosismo inizia a serpeggiare.

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