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Il governo vede conti migliori Con lo spread sotto i massimi un «risparmio» di 1,6 miliardi

Sarà solo il tempo a dirci se l’Italia sarà costretta oppure no a una manovra correttiva per tenere in linea i conti pubblici. Ma per il momento il governo, davanti ai segnali di rallentamento dell’economia certificati la settimana scorsa dalla Banca d’Italia e ieri dal Fondo monetario internazionale, ostenta una discreta dose di tranquillità. Si tratta di una tendenza — è il ragionamento che corre lungo l’asse che va da Palazzo Chigi al ministero dell’Economia — da attribuire in larghissima misura alle difficoltà del commercio internazionale e alla guerra dei dazi in corso tra Stati Uniti e Cina. Anzi, nessuno lo ammetterà mai pubblicamente, ma in quella crescita del Prodotto interno lordo tagliata allo 0,6% per il 2019, il governo riesce a leggere addirittura un’inversione di rotta in senso positivo.

Ormai è praticamente certo che, al di là della propaganda politica, nella seconda metà del 2018 l’Italia è entrata in recessione. Per l’ufficialità bisogna aspettare il 31 gennaio, quando l’Istat pubblicherà i dati sul Prodotto interno lordo dell’ultimo trimestre dell’anno scorso. Davanti al dato del Pil ci dovrebbe essere il segno meno, come già certificato per il trimestre precedente. Una crescita rivista al ribasso nel 2019 vuol dire avere comunque il segno più davanti al Pil, disegnando quindi un percorso di uscita dalla recessione. Troppo poco per stare tranquilli? In parte sì.

Il rischio recessione

Per avere i dati ufficiali sull’andamento del Pil italiano si dovranno attendere le rilevazioni Istat del 31 gennaio prossimo

Resta il fatto che una crescita più bassa rispetto a quella messa nero su bianco nella legge di Bilancio appena approvata significa, per forza di cose, un rapporto tra deficit e Pil più alto. Dopo il lungo negoziato con la commissione europea siamo arrivati al 2%. Ma perdere quattro decimali in termini di crescita dovrebbe portare circa due decimali in più di deficit. In sostanza il rapporto tra deficit e Pil non sarebbe più al 2%, come faticosamente concordato con Bruxelles. Ma intorno al 2,2%. Questo potrebbe accendere di nuovo i fari della commissione sui conti pubblici italiani. Ma anche su questo il governo italiano, almeno per ora, non teme contraccolpi. Anche perché, a controbilanciare i numeri negativi che abbiamo visto finora, ce n’è uno positivo di cui fino a questo momento si è tenuto poco conto. Un numero che riguarda lo spread.

Dopo la chiusura dell’accordo con la commissione europea, il differenziale dei tassi di interesse tra i titoli italiani e tedeschi è tornato a scendere. Nelle ultime settimane si è tenuto stabilmente lontano da quella quota vicino ai 300 che aveva toccato nei giorni più difficili. Un tasso di interesse più basso significa un esborso più contenuto per «pagare» il nostro debito pubblico. Considerando una media di 50 punti di spread in meno rispetto al periodo più nero, viene fuori su base annua un «risparmio» indiretto di circa 1,6 miliardi di euro. Una somma che di fatto potrebbe quasi azzerare quei 2 miliardi di euro previsti come taglio automatico alle spese dei ministeri nel caso in cui l’Italia dovesse non rispettare il percorso concordato con la commissione. Certo, lo spread ora è basso perché l’Italia non è andata allo scontro con la Commissione europea e alla fine ha trovato un accordo. Un clima che non è detto resti tale nelle prossime settimane, quando ci sarà il voto per il nuovo Parlamento europeo e la campagna elettorale non suggerirà certo toni riformisti. Ma per il momento il «tesoretto dello spread» è una voce che lascia intravedere scenari meno cupi. Nella speranza che nella seconda parte dell’anno la domanda e quindi l’economia venga sostenuta dai soldi distribuiti con il reddito di cittadinanza. E da quei pochi investimenti sopravvissuti nella manovra.

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