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Il governo va all’attacco di Telecom “Difenderemo l’interesse pubblico”

Sale di tono, e di livello politico, lo scontro tra il governo e Tim sulla banda ultralarga. Ieri in campo è sceso il ministero dello Sviluppo economico guidato da Carlo Calenda, primo regista del piano per creare una rete in fibra pubblica nelle aree “bianche”, a fallimento di mercato. Le stesse su cui ora Tim, come ha ribadito a Repubblica l’ad Flavio Cattaneo, vuole investire con la sua infrastruttura. «Il governo non ha intenzione di impedire investimenti compatibili con gli impegni legali assunti e la normativa comunitaria di riferimento», si legge nella nota del Mise. Una replica alle accuse di “dirigismo” rivolte da Cattaneo al governo. Sulla linea di quanto affermato nei giorni scorsi dal sottosegretario Giacomelli però, il ministero aggiunge che «qualora mancassero questi presupposti il governo agirà per tutelare l’interesse pubblico». Al centro della contesa è la consultazione che nel 2016 l’esecutivo ha avviato con gli operatori tlc per capire quali aree intendessero coprire, e di conseguenza quali zone “periferiche” avessero bisogno dell’intervento pubblico per essere raggiunte dalla fibra. Secondo il Mise, al termine della consultazione «tutti gli operatori hanno comunicato con dichiarazione formale e vincolante di non essere interessati ad investire nelle aree bianche identificate». Una mappa sulla cui base la Ue ha autorizzato il piano del governo. Fonti Tim invece sostengono che il quadro normativo non prevedeva impegni a non investire. L’azienda, pur presentando vari ricorsi, ha partecipato al primo bando per la costruzione della rete in sei Regioni, poi assegnato a Open Fiber, società partecipata da Enel e Cdp. Ma la disputa riguarda soprattutto la seconda gara per undici Regioni, pubblicata ad agosto 2016 e ora chiusa, non ancora assegnata ma con Open Fiber probabile vincitore. Dopo essersi prequalificata per partecipare, il 23 dicembre Tim ha annunciato la sua intenzione di investire in modo autonomo in alcune parti, circa il 10%, delle stesse Regioni. Senza poi presentare offerte. Un cambio di strategia, secondo il governo, «fuori dalle procedure previste». E che rischia di danneggiare i ricavi della rete pubblica, in concessione per vent’anni a chi la realizzerà. «Non condividiamo la ricostruzione », replica Tim, prendendo atto che il ministero «conferma la libertà di investimento».
Nelle prossime ore il governo convocherà l’azienda per aprire un confronto. Per la terza gara sulle ultime tre Regioni (Puglia, Calabria e Sardegna), non ancora aperta, la consultazione verrà riaperta e il bando riformulato sulla base delle nuove intenzioni di investimento di Tim. Ritocco che dovrebbe far slittare i tempi di pubblicazione, previsti per settembre, anche se non oltre la fine dell’anno visto che gli incentivi Ue devono essere spesi entro il 2018. Per le sei Regioni del secondo bando invece l’obiettivo è quello di convincere Tim a tornare sui propri passi, o comunque trovare delle sinergie con la rete pubblica. Il rischio è che la nuova offerta dell’ex monopolista, un aggiornamento in fibra della sua rete esistente, sottragga clienti e ricavi all’infrastruttura di Stato.
I tempi e i modi del cambio di strategia di Tim, che di colpo investe in aree che aveva dichiarato non economiche, hanno spiazzato il governo. È evidente, scrive il Mise, che un piano complesso e prioritario come questo non può essere ridefinito in corsa. Resta però da capire quanto solido sia il bastone che l’esecutivo sta agitando per convincere Tim a rivedere le sue scelte. Dal ministero non spiegano in che misura gli impegni dell’azienda a non coprire le aree “bianche” fossero vincolanti. E quindi come gli attuali lavori, con eventuali danni per l’interesse pubblico, possano essere oggetto di contestazione. Tutto rimandato all’incontro tra le parti. Che si annuncia infuocato.

Filippo Santelli

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