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Il governo sta cercando una banca per il Sud e non sa di averla già

Eccola di nuovo, la cura miracolosa per i mali del Mezzogiorno: la Banca del Sud. Mentre il Meridione sprofonda i nostri politici senza memoria e a corto di idee la evocano ossessivamente da un quarto di secolo almeno. Tutti quanti, anche gli ultimi arrivati. Le formule sono le stesse di sempre, trite e ritrite. «Stiamo lavorando a una Banca specifica per il Mezzogiorno per erogare il credito alle imprese del Sud, ma ci vuole tempo», ha detto lunedì ai sindacati il ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Con una differenza non da poco, però, rispetto ai suoi predecessori. Che qui la memoria pare talmente breve da non far nemmeno ricordare che quella banca esiste già. E ce l’ha proprio Tria. Si chiama Banca del Mezzogiorno – Mediocredito Centrale spa, ed è controllata da Invitalia, società del ministero dell’Economia, che l’ha rilevata due anni fa per 390 milioni dalle Poste, che a sua volta l’avevano comprata nel 2011 da Unicredit per 136 milioni. E si dà il caso che debba fare proprio quello che ha appena promesso Tria ai sindacati. Ma se nonostante questo il Sud continua ad arrancare, come purtroppo dimostrerà domani il rapporto Svimez, delle due l’una: la Banca del Mezzogiorno non opera come dovrebbe, oppure non è quello il problema. Con la seconda ipotesi decisamente più fondata della prima.
Neppure quando il Sud pullulava di banche l’economia meridionale marciava come un Frecciarossa. Basta dare un’occhiata alle serie storiche del prodotto interno lordo per verificare come negli anni ruggenti del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia il divario fra il Mezzogiorno e il Centro-Nord sia rimasto inchiodato su valori non troppo distanti dagli anni Cinquanta. Nei sessant’anni che vanno dal 1951 al 2012 il Pil procapite medio del Sud ha superato il 60 per cento di quello del Centro-Nord solo nel 1971 e nel 1973. E nel 2017, secondo l’Istat, era il 55%: quasi un punto in meno rispetto a un anno prima. Quanto alle banche prima tracollate e quindi assorbite dagli istituti del Nord, le cause economiche non sono affatto maggiori delle responsabilità politiche. A chi ancora oggi sostiene che la desertificazione bancaria del Mezzogiorno è frutto di un complotto, andrebbe ricordato come la politica locale abbia gestito in modo a dir poco sconsiderato il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, con un impasto di favoritismi, clientelismi, spregiudicatezza e incoscienza. E in che modo il gorgo abbia inghiottito anche gli istituti speciali quali l’Isveimer e l’Irfis.
Eppure la coazione a ripetere è davvero irresistibile. Banco di Napoli e Banco di Sicilia, Isveimer e Irfis c’erano ancora, insieme alle altre numerose banche meridionali, quando l’Iri di Franco Nobili in preda alla medesima suggestione di Tria progettò una Mediobanca sudista sul modello di quella di Enrico Cuccia. Sarebbe stata «il perno creditizio attorno al quale far ruotare i finanziamenti all’imprenditoria del Sud». Meridiana finanza, l’avevano battezzata nel 1991: presidente, il futuro ministro del governo Berlusconi, Antonio Marzano. Gli azionisti? Una cordata di imprenditori, da Barilla a Ciarrapico, più una selva di banche pubbliche. Tre anni dopo era chiusa. Nel 1997 la coazione a ripetere si ripresentò più forte, con la fusione del Banco di Sicilia nel Mediocredito centrale per fare una nuova grande banca del Sud. Un paio d’anni più tardi la Banca di Roma si pappò tutto e il progetto svanì. Anche se solo temporaneamente, come vedremo.
Ancora sei anni e fu la volta di Giulio Tremonti. La sua Banca del Sud che avrebbe dovuto far risorgere l’economia meridionale sembrò invece una grottesca riesumazione antirisorgimentale. Presidente del comitato promotore era l’ultimo rampollo dei Borbone: Charles de Bourbon des Deux Siciles, nientemeno. Quel Carlo di Borbone consorte di Camilla Crociani, figlia dell’ex presidente della Finmeccanica Camillo Crociani morto contumace in Messico nel 1980 dov’era riparato in seguito allo scandalo Lockheed. L’iniziativa decollò rumorosamente un paio di settimane prima delle elezioni del 2006 e subito atterrò senza analogo clamore. Per rialzarsi tre anni dopo, con il ritorno di Berlusconi al governo per la terza e ultima volta. Davvero singolare, l’esito dell’operazione, sfociata nella ripubblicizzazione del Mediocredito centrale, ceduto alle Poste da Unicredit che l’aveva inglobato insieme alla Banca di Roma. E siamo a oggi, con il gioco dell’oca infinito che ricomincia dal “Via!”. Mentre c’è chi non contento della promessa di una nuova banca pubblica del Sud, che però già esiste, si spinge a invocare addirittura la resurrezione della Cassa del Mezzogiorno: è Carmelo Barbagallo da Termini Imerese, il siciliano segretario generale della Uil. Ma qui non si scherza più.
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