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Governo in pressing “Atlantia ora accetti l’offerta di Cdp o ci sarà la revoca”

Chiudere una volta per tutte la partita su Autostrade, approfittando dell’ultima, pesantissima tegola caduta in testa ai Benetton. Mettere con le spalle al muro Atlantia, fortemente indebolita dall’inchiesta per frode e attentato alla sicurezza dei trasporti: o entro il 30 novembre accetterà l’offerta per l’acquisizione dell’88% di Aspi, avanzata da Cdp Equity insieme ai fondi esteri Blackstone e Macquarie, oppure verrà completata la procedura di decadenza della concessione per grave inadempimento.
È la linea stabilita dal governo per scrivere la parola “fine” sul drammatico contenzioso che si trascina ormai da 27 mesi: dal crollo del ponte Morandi, che provocò la morte di 43 persone, inaugurando un braccio di ferro senza precedenti tra i privati e lo Stato. Lo dice chiaro, a sera, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Il tempo per quanto ci riguarda è scaduto ed è evidente anche a loro. Quella stagione si è conclusa, spero che ne prendano atto. Siamo alle battute finali: se non si chiude revochiamo ».
Unica variabile di questa strategia, che il Tesoro sta valutando insieme ai tecnici di Cassa: il perfezionamento di una nuova proposta, stavolta vincolante, che però non sarebbe migliorativa — come chiesto dalla holding di Ponzano — bensì peggiorativa. A un prezzo cioè più basso rispetto agli 8,5-9,5 miliardi ipotizzati in principio per acquisire la società. In linea con gli accresciuti rischi risarcitori, segnalati dai recenti sviluppi giudiziari. L’offerta iniziale, infatti, già incorporava (sotto forma di sconto sul valore fissato per l’intero pacchetto azionario) i rischi potenziali e indiretti per i danni provocati dalla tragedia di Genova. Ebbene ora quell’offerta potrebbe cambiare, e non a vantaggio di Aspi.
Ennesimo capitolo di una estenuante prova di forza che, dopo gli arresti di ieri, il premier Conte e il ministro Gualtieri sono persuasi di poter vincere. Riportando Autostrade sotto l’ombrello pubblico e scongiurando l’opzione più traumatica: la revoca. Per due anni invocata a gran voce dai Cinquestelle e ora non più evocata come unica soluzione possibile. Sostituita, con la sola eccezione di Alessandro Di Battista, da una richiesta più articolata: «Estromettere Atlantia e dare una nuova governance all’azienda concessionaria». In sintonia con la piega imposta dal presidente del Consiglio, costretto in passato a rinviare e traccheggiare — anche a costo di far infuriare il Pd — proprio per evitare di entrare in conflitto col suo partito di riferimento. Che invece ora intravede la fine del tunnel e lo spalleggia.
«Abbiamo lottato da soli contro questi colossi del casello, ora più che mai siamo convinti che le autostrade debbano tornare sotto il controllo dello Stato», ha rivendicato l’ex ministro Toninelli. «Per troppo tempo la sicurezza dei cittadini e delle infrastrutture è stata sacrificata in virtù di altri interessi: quell’epoca va chiusa definitivamente », ha sentenziato il reggente Vito Crimi. «Dobbiamo voltare pagina e farlo al più presto», la preghiera dei deputati grillini in commissione Trasporti. Unica voce fuori dal coro, Di Battista (seguito a ruota dalla senatrice Lezzi): «Io non dimentico e, oggi più che mai, invoco la revoca delle concessioni. Perché i morti non si possono piangere e basta. Vanno onorati con scelte drastiche e rivoluzionarie affinché chi ha sbagliato paghi sul serio ». Probabilmente una carta che domenica giocherà agli Stati generali per cavalcare le origini smarrite dal Movimento.
Ma ormai la strada su Autostrade sembra tracciata. E indica come traguardo il 30 novembre. Quando Atlantia dovrà dire se prende oppure lascia l’offerta di Cdp. Su cui influirà anche l’esito della trattativa, parallela e ancora in corso, con il dicastero dei Trasporti sul Pef, il piano economico e finanziario di Aspi. Irrisolto resta, in particolare, il nodo sull’aumento medio delle tariffe, che da 1,75 euro annui dovrebbe scendere a 1,67, così come suggerito dall’Autorità dei Trasporti. Insieme ad altri rilievi «attualmente oggetto di specifici approfondimenti che saranno resi noti non appena definiti», ha precisato la ministra De Micheli. Precisando poi che non sarà colpa sua se il negoziato con Cdp dovesse slittare di nuovo: lo «snodo procedurale» sul Pef, infatti, «risponde unicamente a delle regole tecniche di carattere economico-finanziario e trasportistico e non ha nessuna influenza» sul negoziato relativo al futuro assetto societario del concessionario.
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