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Governo otto ore in bilico poi l’accordo sulla giustizia Di Maio convince Conte

A un certo punto della trattativa a un ministro dei 5 Stelle scappa detto che «qui crolla tutto». È la giornata delle montagne russe: l’accordo tra M5S e governo sembrava lontano, il Movimento pronto a schierarsi per l’astensione — un modo educato per anticipare un’altra crisi in piena estate, come quella del 2019 — e invece grazie a pause tecniche, telefoni roventi e triangolazioni, da Giuseppe Conte a Mario Draghi fino a Enrico Letta, un accordo c’è. Alla fine tutti cantano vittoria, a partire dalla ministra Marta Cartabia, ieri era il suo onomastico e le ha portato bene.L’estrema complessità della materia fa sì che tutti possano dire di aver ottenuto qualcosa. Andando a confrontare il testo con quello che pure fu votato dal M5S in Consiglio dei ministri il 9 luglio scorso ci sono delle modifiche: un allungamento dei tempi processuali per i reati di mafia, terrorismo, traffico di droga e di natura sessuale. Non però tutte quelle che aveva richiesto a gran forza il M5S, almeno cinque richieste cadono nel vuoto, da quella di garantire la celebrazione dei processi con istruttoria complessa, come il disastro colposo, al disincentivare le impugnazioni temerarie.Che comunque i 5 Stelle avrebbero venduto cara la pelle era risultato chiaro a inizio seduta, in tarda mattinata: i quattro ministri (Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli, Federico D’Incà, Fabiana Dadone) non sono presenti, impegnati ad esaminare il testo con Conte. Anche i capigruppo di Camera e Senato vengono coinvolti. Una volta rientrati a Palazzo Chigi («sta iniziando il logoramento », avverte Giancarlo Giorgetti rivolgendosi al presidente del Consiglio), i quattro annunciano che quella bozza così com’è non la voteranno. Il ministro degli Esteri si fa carico della spiegazione, «sulla mafia non possiamo accettare compromessi », spiega. Quando anche D’Incà, sempre moderato e propenso alla mediazione, ribadisce il concetto, per Draghi suona il campanello d’allarme. A ora di pranzo ci si ferma, c’è question time al Senato dove sono attesi alcuni ministri, i vertici 5 Stelle si rinchiudono un’altra volta con l’ex presidente del Consiglio e una linea diretta con Chigi. Viene ragguagliato anche Beppe Grillo, che però non interviene nel merito, adesso un capo politico c’è. Vengono ottenute delle limature ma non convincono Conte, del resto gli umori dei gruppi vanno tenuti in considerazione. «Se rompiamo ora rischiamo una crisi al buio che nessuno sa dove ci può portare», lo avverte Di Maio. La mediazione continua fino al pomeriggio, «serve senso di responsabilità da parte di tutti», mette in chiaro Draghi; l’asse Di Maio- Giorgetti mitiga il pressing dei rispettivi leader a distanza, anche i ministri dem atterriti dall’idea di seppellire così l’asse progressista col Movimento fanno opera di pace. Per i 5 Stelle non c’è la non prescrittibilità ma un allungamento a discrezione dei giudici per i reati mafiosi, in più — è l’ultima mediazione — a sei anni per quelli del 416 bis: viene considerato un compromesso onorevole. «Non è la nostra riforma ma abbiamo lavorato per migliorarla pensando alle vittime di mafia», commenta Conte al termine.Ora la maggioranza dovrebbe ritirare tutti gli emendamenti, il testo arriverà domenica in aula alla Camera, lunedì cominceranno le operazioni di voto. «Bene Cartabia, ha trovato il giusto equilibrio», si felicita il segretario pd Letta. Ma un minuto dopo la fine del Cdm comincia il rito delle accuse a distanza, da una parte il M5S («spiace per il Carroccio, sulla mafia l’abbiamo spuntata noi», sottolinea Riccardo Ricciardi dalla Camera) e dall’altra Lega e Italia Viva («abbiamo cancellato la riforma Bonafede», replicano Matteo Renzi e Matteo Salvini). Né vincitori né vinti, è invece la linea da Palazzo Chigi. Intanto oggi i parenti delle vittime della strage di Viareggio manifesteranno proprio lì fuori contro la riforma, che temono salvi i manager delle Ferrovie. E parlamentari del M5S andranno a portar loro solidarietà. Bisognerà vedere poi come voeranno in aula. I sussulti insomma non sono ancora finiti.

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