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Governo indietro tutta sulle banche cooperative ma fuori tempo massimo

La riforma della riforma (di Renzi). Come già provato sulle banche popolari, anche per le Bcc cooperative il governo muove per cambiare le misure disposte due anni fa dal centrosinistra nel tentativo di modernizzare i piccoli istituti, parcellizzati e resi più fragili da anni di crisi. Il cambiamento arriva con vari emendamenti al Dl fiscale, di cui s’è parlato ieri in un vertice di un’ora a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte e i suoi angeli custodi Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Li firma il presidente della commissione Finanze del senato, l’economista eurocritico Alberto Bagnai (Lega), ma somigliano ad altri presentati da Fratelli d’Italia e dalla Svp sudtirolese.
Il fulcro dell’intervento è smontare il cuore della riforma Renzi, che obbligava le 300 Bcc ad aderire a due holding formato spa, come incubatori di sviluppo industriale e come ciambelle di salvataggio in caso di crisi ( il segmento ha l’ 8% del mercato creditizio nazionale). Ricalcando le esperienze delle Bcc trentine, le novità dovrebbero rendere facoltativa l’adesione alle holding – finora obbligatoria, pena perdita della licenza cooperativa e i connessi vantaggi -, dando ai piccoli istituti l’alternativa dell’Ips, l’Institutional protection system, che prevede forme mutualistiche di garanzia in caso di guai. E’ il meccanismo usato da decenni dai piccoli istituti austriaci e tedeschi; non esattamente un modello in materia bancaria, per l’alta incidenza di crediti deteriorati e attivi illiquidi, in passato ripianati dalla mano pubblica. La Banca d’Italia, da cui filtra una grande freddezza, aveva considerato l’ipotesi Ips, per poi scartarla ritenendo più efficiente l’idea del ” gruppo”. Anche la tempistica dell’intervento rischia di renderlo vano: in questi mesi si sono formati già tre gruppi di Bcc nel settore. Uno è quello delle Raiffeisen trentine, di rilevanza provinciale e a cui in campagna elettorale era stata promessa l’opzione “alla tedesca” (e la adotterà). Degli altri due gruppi, di rilevanza nazionale, quello imperniato su Ccb entro lunedì chiederà alle banche aderenti di firmare il contratto di coesione che dà vita al gruppo nella logica iniziale, mentre Iccrea, l’altro gruppo, lascerà fino a metà dicembre per le assemblee che deliberino l’adesione.
Il governatore Ignazio Visco, la Bce e il Fmi più volte hanno esortato le banche cooperative a evolvere nei meccanismi di controllo dei rischi, nella governance, nella solidità patrimoniale. E la vigilanza tiene d’occhio una ventina di Bcc tra le più piccole con problemi di sostenibilità, che nell’intento della riforma Renzi erano attese a fusioni per diluire nelle Bcc più grandi le loro debolezze. Il rischio paventato da qualche banchiere dietro le quinte, ora, è che l’orizzonte ” Ips” isoli le banche più deboli, perché le forti non avranno convenienza a fare gruppi con loro.
In attesa dei dettagli, rimangono gli slogan politici. « Territorialità e mutualità » , ha scritto la Lega, che con il credito cooperativo ha legami geografici e culturali. Nel campo M5S, il ministro Di Maio ha detto: «Vogliamo che le Bcc rimangano banche del territorio, cui stanno dando un grande contributo. Le riforme del passato provavano a portarle verso i vari lupi di Wall Street». Ma ancor più evocativo è stato il ministro M5S dei rapporti con il parlamento e la democrazia diretta, Riccardo Fraccaro che ha annunciato « una norma per cui le Bcc non dovranno contabilizzare costantemente perdite legate all’andamento dello spread » , sebbene imposta a tutte le banche dai criteri di Basilea; e ha paventato che « questi gruppi non diventino, come nell’intenzione dell’ex premier, spa scalabili, tra l’altro anche da banche straniere».
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