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«Governo credibile anche dopo il 2013»

Un esecutivo «credibile» che «sia in grado di governare per i prossimi cinque anni, capace di fare una buona politica». Giorgio Squinzi guarda alle elezioni del 2013 come banco di prova per il futuro del paese. Sabato mattina, al convegno della Piccola industria a Prato, aveva dichiarato che senza il governo Monti oggi l’Italia e l’Europa sarebbero in condizioni di gran lunga peggiori. Ma è necessario che anche in futuro ci sia un esecutivo credibile: «È quello che desidereremmo avere dopo le elezioni del prossimo anno. Senza una buona politica non è possibile governare». E con la crisi economica ancora in atto c’è bisogno di un governo che «sia in grado di fissare obiettivi per il paese e poi realizzarli, indicando le strade per raggiungerli, ad esempio una riforma del lavoro. Con un sostegno parlamentare preciso, che dia governabilità».
Per il presidente di Confindustria sono molti gli handicap che frenano lo sviluppo. Da un fisco troppo pesante ad una burocrazia che ostacola gli investimenti, oltre al gap di produttività. Proprio mentre Squinzi parlava, i tecnici di imprese e sindacati erano riuniti per mettere a punto un documento: «Stiamo lavorando, resto ottimista».
Le imprese muoiono di fisco, era stato l’allarme lanciato dal presidente di Confindustria qualche giorno fa. E ieri è tornato sul tema: «penso che in un programma di medio termine sia possibile incidere sul carico fiscale», ha detto Squinzi, che ancora non si è espresso in modo approfondito sulla legge di stabilità, rispondendo «così così» nei giorni scorsi alla domanda se il taglio dell’Irpef, con l’aggiunta però dell’aumento dell’Iva, avrebbe dato una spinta alla crescita.
«La situazione è veramente molto seria», ha detto ieri parlando agli industriali di Perugia. «Mediamente abbiamo 20 punti in più di imposizione fiscale rispetto alle aziende che sono nostre concorrenti in altri paesi europei». E si è soffermato sul l’Irap: «è un’imposta iniqua sulle imprese che usano una percentuale più elevata di cervello nella loro attività».
L’opposto di ciò che servirebbe, cioè attenzione fiscale alla ricerca e all’innovazione. «Per noi credo sia fondamentale la ricerca e le poche risorse che abbiamo disponibili mettiamole su questo punto». Il presidente di Confindustria sarebbe disponibile a rinunciare agli incentivi a fronte di una riduzione delle tasse. L’ha detto nelle scorse settimane, quando il governo ha nominato l’economista Francesco Giavazzi proprio per rivedere l’organizzazione degli incentivi, l’ha ripetuto ieri, chiedendo una «spending review sugli incentivi destinati alle imprese pubbliche».
Dall’analisi fatta da Giavazzi, ha spiegato ieri Squinzi, emerge un pacchetto di incentivi alle aziende di circa 30 miliardi. «Ma alle imprese manifatturiere ne arrivano circa 3, mentre gli altri vanno alle aziende pubbliche». Per Confindustria, quindi, è molto facile rinunciare a 2,7-2,8 miliardi, «purché si riduca il carico fiscale sul sistema imprenditoriale». Piuttosto sugli incentivi alle imprese pubbliche «la vera domanda è: sono realmente efficienti queste imprese o questi incentivi servono a mascherare le inefficienze? Facciamo una spending review su questo». Un calo delle tasse sarebbe una boccata d’ossigeno: il Centro studi di Confindustria ha previsto per il 2012 un calo del Pil del 2,4 per cento. Per l’anno prossimo, ha detto Squinzi, ci potrebbe essere una possibile ripresa a partire dalla seconda metà del 2013, ma con una chiusura a fine anno sempre negativa per il Pil, -0,5 o -0,6.
Alla domanda se è possibile vedere la luce in fondo al tunnel, come detto dal presidente del Consiglio recentemente, ha risposto «speriamo», sottolineando che per uscire dalla crisi bisogna rimettere al centro l’impresa e in particolare il manifatturiero. «Bisogna rimettere l’impresa al centro della politica industriale, abbattere la cultura antindustriale che si è diffusa, casi come quello dell’Ilva rischiano di desertificare il Paese».

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