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Il governo ci riprova con il Sud. E con una banca senza sportelli

Il governo prova a rilanciare la Banca del Mezzogiorno, che fu ideata nel 2009 dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti con grandi ambizioni, rimaste in buona parte tali. La Banca, erede del Mediocredito centrale, ha dato un po’ di credito a grandi gruppi (poco alle piccole imprese) e prestiti ai dipendenti delle Poste dietro cessione del quinto. Ieri il cda di Poste, che l’aveva acquistata nel 2011, ne ha deliberato la cessione a Invitalia, l’Agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa del ministero dell’Economia.

Una decisione sostenuta dal governo. Perché?

«Perché — risponde il ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti — irrobustirà l’azione di promozione e attrazione di investimenti nel Sud».

Finora la Banca ha deluso.

«La Banca del Mezzogiorno è una realtà positiva con potenzialità ancora inespresse. Ha gestito molto bene il Fondo centrale di garanzia sui prestiti alle Pmi, che hanno attivato 14 miliardi di euro di investimenti, mentre ha sviluppato in maniera insufficiente l’attività di credito, con circa 2 miliardi erogati, e quella di sostegno agli investimenti strategici. Il collegamento con Invitalia rafforzerà questi due fronti d’azione».

Uscita da Poste, la Banca avrà una sua rete di sportelli?

«Non è necessario. Il credito alle imprese e il supporto agli investimenti può essere svolto benissimo come banca di secondo livello»

Invitalia spenderà per l’acquisizione della Banca circa 370 milioni. Soldi ben spesi?

«Sul valore dell’operazione mi rimetto alle valutazioni dei cda di Poste e Invitalia. Certamente soldi ben spesi, per i motivi che ho detto».

Sono state presentate interrogazioni che criticano la cessione a trattativa privata e il fatto che Invitalia non sia un operatore bancario.

«Invitalia, come Poste, non è un operatore bancario e quindi presenterà l’istanza di autorizzazione a Banca d’Italia. Quanto alle modalità della cessione, non c’è bisogno della procedura di evidenza pubblica perché è un trasferimento tra società prevalentemente possedute dallo Stato»

Ci saranno cambiamenti nella governance?

«È prematuro parlarne».

Se la Banca del Mezzogiorno diventa la banca di Invitalia nell’intermediazione dei fondi pubblici a sostegno delle imprese e dell’economia del Sud, questo non lede la concorrenza con gli altri istituti di credito?

«Assolutamente no. La Banca, che comunque è di secondo livello, dovrà operare secondo criteri di mercato e, laddove la sua azione si coniughi con incentivi pubblici, lo farà secondo le regole alle quali sono tenuti anche gli altri intermediari finanziari».

Ministro, ieri la Camera ha approvato il decreto legge sul Mezzogiorno che contiene il nuovo credito d’imposta. Come funzionerà?

«Abbiamo innalzato la percentuale del beneficio al 45% dell’investimento per le piccole imprese, al 35% per le medie e al 25% per le grandi. E sono stati aumentati i massimali: da 1,5 a 3 milioni di euro per le piccole e da 5 a 10 milioni per le medie. Il credito inoltre, rispetto al passato, si applica senza detrarre gli ammortamenti su precedenti investimenti. Ci sono 600 milioni di euro all’anno fino al 2018 che, grazie all’effetto leva, possono sostenere investimenti per circa 1,7 miliardi l’anno».

Ieri alla Camera ha detto che il governo sta pensando a zone economiche speciali. Di che si tratta?

«Stiamo dialogando con la Commissione europea per definire le caratteristiche e la strumentazione. Per ora non posso dire di più».

In questi mesi ha visitato molte zone del Sud. Che idea ne ha ricavato?

«Che il Sud è decisivo per la ripartenza del Paese. Ho visto che lo sforzo del governo è condiviso dalle istituzioni locali. E dopo i primi risultati del 2015, con un aumento del Pil nel Mezzogiorno dell’1% superiore allo 0,8% della media nazionale, e una crescita dell’occupazione anch’essa maggiore, credo che nel 2016 avremo la conferma di una ripartenza e che il 2017 potrà essere l’anno della svolta».

Con la programmazione 2014-2020 quanti soldi ci sono a disposizione? E quanti ne abbiamo spesi finora?

«Ci sono circa 31 miliardi di euro di fondi europei e 75 miliardi di fondi nazionali. Abbiamo già attivato almeno il 26% dei 52 miliardi di fondi strutturali, cofinanziati al 40% da risorse nazionali»

Con questi fondi si potrebbe costruire il ponte sullo stretto? Lei è favorevole?

«Si potrebbe. Sono favorevole al ponte, che servirà a completare un sistema delle infrastrutture in Sicilia e sul continente adeguatamente migliorato».

Ministro, elezioni nel 2018 o subito?

«Il governo lavora allo stesso modo qualsiasi sia la data del voto che, come ha detto il presidente Gentiloni non è nella disponibilità del governo. Dipende dal capo dello Stato e dalla dialettica tra le forze politiche».

È in arrivo la manovrina da 3,4 miliardi. Ma preoccupa soprattutto quella per il 2018: serviranno 20 miliardi per le clausole di salvaguardia. Si profila una stangata.

«No, non ce ne sarà bisogno perché il bilancio pubblico è già sotto controllo, nel pieno rispetto delle regole europee» .

Enrico Marro

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