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Governo cauto sui conti pubblici

Renzi in queste ore è impegnato a far di conto, ma non sui soldi mancanti per le pensioni, bensì sui numeri al Senato dove per il governo la contabilità sembra stretta (quasi) quanto quella del bilancio pubblico. Il premier è convinto che i suoi avversari interni ed esterni non l’avranno vinta, che non riusciranno a farlo incespicare a Palazzo Madama: «Scommettiamo — dice — che Forza Italia voterà la riforma costituzionale? Non ho parlato di Verdini, ma di Forza Italia…». Si vedrà se il suo ottimismo è ben riposto, di certo il tono di voce del leader democrat è diverso quando accenna alla sentenza spacca-conti della Consulta sulla previdenza, quando si attarda nelle congetture dietrologiche legate alla decisione della Corte, quando deve discutere degli effetti economici provocati dal verdetto. 
Che il governo sia nei guai e punti a prender tempo è dimostrato dalla linea dettata da Palazzo Chigi, che si trincera dietro il lavoro istruttorio dell’Inps, che non fa ancora cenno alla platea di pensionati a cui immagina di restituire i «diritti» (cioè i soldi) riconosciuti loro dalla Corte costituzionale, che rimanda alla trattativa con Bruxelles per arrivare a una soluzione equa. Tutto ciò serve per preparare quello che dovrebbe essere l’annuncio delle prossime ore, ovvero che il decreto ad hoc non verrà varato dal prossimo Consiglio dei ministri, e probabilmente nemmeno da quello successivo.
L’obiettivo politico di Renzi — ormai evidente — è superare la scadenza elettorale del 31 maggio per evitare di dover rompere l’incantesimo, di dover rendere nota quella che a via XX Settembre definiscono — con humour da economisti — «la formula magica» di Padoan, ribattezzato «mago Merlino»: perché servirebbe una magia per confermare che «il quadro di finanza pubblica resterà invariato» senza poi non scontentare una gran parte dei cinque milioni e mezzo di pensionati in attesa del «rimborso». E sebbene la soluzione tecnica non sia stata ancora del tutto definita, si prepara intanto la soluzione mediatica per parare il colpo: «Riconoscimento progressivo», per esempio, sarebbe una buona definizione per zuccherare una pillola comunque amara.
Ma con calma. E poco importa se da Bruxelles si mostrano insistenti, «l’Europa non può romperci le balle mettendoci una fretta pazzesca», commenta il sottosegretario all’Economia Zanetti, con un approccio affatto diplomatico: «Nel 2011 abbiamo dovuto decidere con urgenza perché saltava tutto. Ora i conti sono in ordine e non intendiamo correre, con il rischio di commettere altri errori ed iniquità». Chissà quanto piacerà a Monti sentire dall’attuale segretario di Scelta civica un giudizio così tranciante sugli «errori» e le «iniquità» compiuti dal suo governo. Di certo Renzi non sconfesserà la tesi di Zanetti, secondo il quale all’esecutivo «servono almeno due mesi».
Se così stanno le cose, quale modo migliore per prender tempo di un’audizione in Parlamento? E infatti le commissioni Bilancio e Lavoro di Camera e Senato si preparano a chiedere di ascoltare in seduta comune il ministro dell’Economia, mentre Renzi continuerà a monitorare il via vai nelle sedi territoriali dell’Inps come a misurare il livello di attenzione sulla materia da parte dell’opinione pubblica. Le Regionali si avvicinano, e senza più il «tesoretto» da poter brandire come arma elettorale, il premier cavalca i dati sui nuovi contratti permanenti, bacchetta i «gufi» della Cgil e si prepara a festeggiare «la fine della recessione» con i decimali che gli fornirà l’Istat. Certo, la Spagna viaggia verso una crescita annua del 2,7% ma difficilmente domani l’Istituto di statistica fornirà tabelle comparative…
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