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Governo alla ricerca di venti miliardi per tagli di tasse e aiuti alla crescita

Incassato il successo a Bruxelles, grazie alla regia accurata e al pressing delle ultime settimane degli uffici del Tesoro che hanno messo sul tavolo contestazioni metodologiche, tecniche e politiche riuscendo a strappare la flessibilità piena per il 2016 e un buono sconto per il 2017, la strada è meno ripida, ma ugualmente stretta e piena di ostacoli.
Ora la partita si sposta a dopo la pausa estiva, quando tra il 30 settembre e il 12 ottobre, il governo dovrà presentare i nuovi documenti di bilancio. In un clima che sarà segnato dalla campagna per il referendum costituzionale, il Tesoro dovrà allestire una manovra 0,6-0,7 punti di Pil se vorrà disinnescare un aumento dell’Iva di due punti previsto per il 1° gennaio del prossimo anno. Il costo complessivo è di 15 miliardi (0,9 per cento del Pil): di questi Bruxelles ce ne abbuona 6,4 (0,4 del Pil) ma a noi spetterà il compito di trovare circa 8 miliardi (0,5 per cento del Pil). A questi 8 vanno aggiunti altri 2-3 miliardi di aggiustamento aggiuntivo dovuto alla limatura del Pil del 2017 che la Commissione stima in 1,3 e l’Italia all’1,4 per cento. In tutto una decina di miliardi che potrebbero salire a 20 tenendo conto anche delle misure in cantiere per la cura shock all’economia.
Il Def, varato in aprile, già mette in conto l’eventualità e indica nella spending review e nella razionalizzazione degli sconti fiscali la strada maestra. L’intervento sulle spese è ormai un processo avanzato, ben gestito dalla Consip, ma la ricerca di ulteriori pieghe del bilancio da aggredire è sempre una operazione complessa. Strada in salita anche per il taglio delle cosiddette tax expenditures: come ha rilevato la Corte dei conti, gli sconti fiscali sono saliti da quota 254 nel 2011 a 313 nel 2015. Inoltre la risoluzione parlamentare al Def esclude tassativamente interventi su lavoro, famiglia e ristrutturazioni energetiche della abitazioni.
Scontato il rilancio della voluntary disclosure (e la lotta all’evasione): il rientro dei capitali bis è nell’agenda del governo e potrebbe arrivare a dare un gettito di un paio di miliardi, anche se si tratta di incassi una tantum e quindi non utilizzabili ai fini delle regole europee.
Ma la partita non finisce con la sterilizzazione dell’Iva e mini- correzione, perché l’altra esigenza del governo è quella di rilanciare e consolidare la ripresa: l’Istat ieri ha già ridimensionato la crescita del 2016 portandola all’1,1% contro l’1,2 del governo e per il prossimo anno la situazione è analoga.
Il piano di rilancio fa rima con riduzione delle tasse: se si deciderà di anticipare al 2017 il taglio dell’Irpef, limando le aliquote centrali del 27 e del 38%, il costo sarebbe circoscritto a 3 miliardi e potrebbe essere finanziato rinunciando al taglio dell’Ires (già coperto con la vecchia Stabilità). Ma se l’intervento fosse, come si ipotizza, sulla prima aliquota del 23 per cento, cui unire il taglio a quella del 27, il conto per un solo punto di riduzione salirebbe a 6 miliardi. Sempre sul piano fiscale una mossa per spingere l’economia, allo studio, è quella della flat tax per le imprese individuali: oggi le imprese individuali pagano l’Irpef e le società l’Ires, l’unificazione ad una sola aliquota più bassa darebbe sollievo alle piccole imprese ma si aggiungerebbe alle risorse da cercare. E ieri intanto Matteo Renzi ha detto che saranno ridotte le tasse d’imbarco negli aeroporti.
L’operazione Ape, l’anticipo pensionistico a 63 anni con penalizzazioni annuali dell’1-3% costerebbe circa un miliardo: soprattutto per i disoccupati-esodati a carico Inps ma anche per sostenere il rischi di copertura degli anticipi di imprese e banche. Se entrassero in agenda altre misure come l’estensione degli 80 euro ai pensionati, alla lista si aggiungerebbero altri 2 miliardi cui andrebbero sommati 300 di milioni per il bonus bebè.
Nessuno ne parla nel governo ma la questione è stata presa in considerazione dalla Corte dei conti: far scattare almeno metà degli aumenti’Iva (previsti per 2 punti dal 10 al 13 per l’aliquota intermedia e dal 22 al 24 per la più alta) toglierrebbe le castagne dal fuoco, facendo scendere di 6-7 miliardi la manovra e liberando risorse.

Roberto Petrini

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