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Governo a caccia di misure straordinarie per ridurre il debito di 900 miliardi in 20 anni

La partita delle misure straordinarie sul debito pubblico è ormai aperta. Per ora è un dibattito tra tecnici e intellettuali che viaggia per l’Europa, ma che naturalmente trova in Italia la maggiore reattività.
Nonostante l’avanzo primario, le manovre di tagli e tasse, la permanenza nell’euro e il rispetto del nuovo trattato “Fiscal compact” (riduzione in vent’anni di tutto il debito che eccede il 60% del Pil, ovvero 900 miliardi), l’Italia rischia seriamente di non farcela. La convinzione generale è che bisogna trovare una soluzione.
IN PRIMA linea, sul tavolo fin dal settembre scorso ma oggi sponsorizzata anche dall’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, c’è il piano firmato da Andrea Monorchio (già Ragioniere generale dello Stato) e dal giurista Guido Salerno. La proposta è stata presentata al Cnel, qualche giorno fa, con il nome in codice di «Tagliadebito» e si articola in tre opzioni. Obiettivo: ridurre il debito al 60 per cento in vent’anni a quota 1.140 miliardi, naturalmente mantenendo inalterato il pareggio di bilancio.
Il primo intervento consiste nel pagare i debiti dello Stato alle imprese con titoli pubblici al ritmo di 3 miliardi al mese in due anni (circa 70 miliardi): dunque con un percorso più serrato di quanto stabilito dal recente decreto sviluppo. La seconda operazione è più complessa: lo Stato emetterebbe una serie speciale di titoli pubblici garantiti da una ipoteca sul 10 per cento delle proprietà immobiliari italiane, i proprietari delle case avrebbero in cambio titoli speciali con rendimenti pari al tasso di sconto e, nel caso di volontarietà, sarebbero esentati dall’Imu. La mega-garanzia immobiliare verrebbe conferita ad un fondo presso Bankitalia e i titoli emessi verrebbero sottoscritti e utilizzati dalle banche agenti per avere liquidità presso la Bce: queste risorse servirebbero
al Tesoro per riacquistare sul mercato i vecchi titoli di Stato (il 10 per cento del patrimonio immobiliare vale circa 500 miliardi).
La terza gamba del piano prevede la costituzione di un «Fondo patrimonio Italia» al quale verrebbero conferite grande aziende di Stato (Eni e Enel, ad esempio) e tutto il patrimonio immobiliare. Il Fondo emetterebbe titoli, con rendimento pari tasso di sconto, che verrebbero
dati in « concambio » in modo forzoso agli italiani (tranne pensionati e lavoratori dipendenti) che sarebbero coinvolti per il 10 per cento del proprio patrimonio. Visto che la ricchezza finanziaria degli italiani è di circa 4.000 miliardi, la riduzione del debito sarebbe di circa 400 miliardi. In alternativa l’operazione di «concambio » potrebbe essere limitata ai soli titoli di Stato posseduti dalle banche.
Qualcosa di simile ha proposto recentemente, a titolo personale, il presidente della Consob, Giuseppe Vegas: fondo pubblico con patrimonio dello Stato, emissione titoli con tripla “A”, tassi bassi e concambio con vecchi titoli da ritirare sul mercato.
Ma proposte che hanno come obiettivo il 60 per cento debito Pil sono state avanzate anche da Paolo Savona con l’allargamento dell’orizzonte all’Europa: un fondo speciale presso la Bce che contenga l’eccedenza dei debiti europei. Esiste inoltre la proposta tedesca del Debt redemption fund che dovrebbe acquistare l’eccedenza del 60% del debito/ Pil di tutti gli Stati, i quali dovrebbero continuare a pagare rimborsi e interessi, sia pure ridotti.
Ed il governo? Non sta fermo. Un primo passo è stato fatto nei giorni scorsi con il varo di tre fondi per privatizzare o gestire al meglio municipalizzate, aziende pubbliche e beni demaniali. Non è escluso che le quote di questi fondi, adeguatamente patrimonializzati, possano essere utilizzate per una gamma di operazioni ancora tutta da scrivere.

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