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Governance Intesa battistrada, un voto aperto agli stranieri

Intesa Sanpaolo sarà di nuovo apripista, almeno in Italia, di un nuovo modello di banca con l’adozione, dalla prossima primavera, del sistema di governo cosiddetto monistico. Un unico consiglio dove gli (ampi) poteri attribuiti al capo azienda, l’amministratore delegato, vengono contrappesati da un comitato di controllo della gestione dotato di forte autonomia e, sulla carta, composto da professionalità di alto profilo. 
Distinzioni
Una sorveglianza interna, insomma, che permetta di superare il dualistico che dalla nascita della superbanca, nel 2007, ne ha accompagnato nove anni di storia senza perderne i vantaggi che pure ci sono stati. E, anzi, che in teoria dovrebbero essere rafforzati, primo fra tutti la netta distinzione dei ruoli pur nella prossimità e la chiarezza su chi fa cosa, chi gestisce e chi controlla. Ha spiegato su Il Sole 24 Ore Giovanni Bazoli, «padre» della banca che lascerà la prossima primavera, promotore del dualistico prima e del monistico oggi: «Si richiede la simultanea presenza di una capacità gestoria e di controllo, una specie di “doppia anima”. Con una sintesi estrema ma non grossolana: il consiglio del monistico potrà presentarsi come un consiglio di sorveglianza che eserciti la supervisione strategica e di cui fa parte anche il ceo ».
Il grado di autonomia dell’organo di controllo potrebbe comunque essere tale che tra le opzioni al vaglio dei vertici e degli esperti incaricati di scrivere il nuovo statuto si sta facendo largo l’elezione diretta dei membri del comitato da parte dell’assemblea degli azionisti. Un passaggio, anche culturale, rilevante. La scelta intercetterebbe le indicazioni della Vigilanza entrata ormai nel radar della Bce e darebbe un segnale di modernità ai nuovi azionisti di maggioranza, gli investitori istituzionali internazionali ormai stabilmente in possesso del 60% del capitale.
La questione non viene sottovalutata negli incontri con i singoli soci, le Fondazioni e i big dei fondi, che il presidente del consiglio di gestione Gian Maria Gros-Pietro e lo stesso Bazoli stanno conducendo in questi giorni,
Spazi democratici
È vero che gli stranieri non chiedono la partecipazione diretta alla governance (cioè non vogliono poltrone in consiglio di amministrazione) ma lo spazio lasciato alla democrazia societaria così come il grado di trasparenza della gestione non sono mai del tutto estranei alle scelte di investimento su un titolo, specie se italiano. E l’idea che il primo gruppo domestico del credito ne prenda atto nello statuto potrebbe non essere solo marketing. Potrebbe trattarsi dei «correttivi» del capitalismo di relazione, come lo chiama il premier Matteo Renzi, che ne ha auspicato la fine in più interventi, tra cui quelli in Piazza Affari lo scorso maggio e al Forum Ambrosetti a Cernobbio ai primi di settembre. Il passo indietro delle Fondazioni che pure dovranno alleggerire le quote nei prossimi tre anni è per ora relativo. Il sistema del proporzionale puro fin qui utilizzato per l’elezione in assemblea dei membri del consiglio di Sorveglianza potrebbe essere corretto con il premio di maggioranza. Almeno a oggi è questa l’ipotesi più probabile e anzi quella che emerge dal «sondaggio» condotto dai due presidenti tra i soci.
Riconoscere alle Fondazioni il loro ruolo di azionisti storici e «stabilizzatori» nella crisi finanziaria è una proposta che sembra trovare in ogni caso consenso anche presso gli analisti. Tra i quali c’è qualcuno che spiega la corsa di Intesa dal settembre 2013, e il raddoppio della capitalizzazione realizzato dall’amministratore delegato Carlo Messina (già direttore finanziario del gruppo) con la politica della «prudenza» praticata negli anni addietro in particolare a quelli che hanno preceduto la grande recessione. Oggi Intesa Sanpaolo è la banca che mostra in Europa la miglior performance tra le big . C’è poi da dire che Messina ha promesso un piano di dividendi che farà salire in tre anni il rendimento del titolo al 7-8%, abbastanza per scoraggiare eventuali alleggerimenti anticipati di quote da parte delle Fondazioni.
Diciannove
Nel nuovo statuto il consiglio è previsto di 19 componenti, pare sia questo il numero minimo sufficiente per riuscire a distribuire le persone nei diversi comitati (oltre al controllo, le parti correlate, i rischi e le remunerazioni) evitando i doppi incarichi. La stesura della prima bozza è in corso ed è affidata al consiglio di gestione e alla squadra interna di tecnici coordinati ai Paolo Grandi, responsabile delle segreterie dei due board , oltre che chief governance officer, e agli studi di Piergaetano Marchetti e del torinese Marco Weigmann.
Secondo il calendario di marcia stabilito ai primi di agosto, il testo dovrà essere completato entro il 12-13 ottobre e inviato alla Banca centrale europea entro il 15. Francoforte ha 90 giorni di tempo per approvare o chiedere modifiche al nuovo statuto. La nuova Intesa Sanpaolo sarà pronta in aprile.
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