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Gotti Tedeschi: «Gestì tutto Madrid»

L’inchiesta Mps entra ufficialmente all’interno della Fondazione. Con vecchi sospetti da fugare e nuove tracce da esplorare. Compresi nuovi conti. Due interrogatori ieri a Siena hanno fatto compiere salti di qualità all’indagine. Durante il mattino è stato ascoltato, per cinque ore e mezza, l’ex numero uno dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, seguito poi dal presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini.
Gotti Tedeschi è stato interrogato come persona informata dei fatti in qualità di responsabile del Santander all’epoca della vendita alla banca senese di Antonveneta. Gli atti dell’interrogatorio sono stati secretati.
Per esplicita richiesta del presidente di Santander, Emilio Botin, Gotti non fu informato «fino all’annuncio dell’acquisto» delle trattative in corso col Monte dei Paschi per la vendita a 9,3 miliardi della banca padovana. «Gestì tutto Madrid», ha confermato lui stesso a verbale. Ma il suo ruolo nel Santander in Italia cambia a compravendita avvenuta. Tanto che documenti sulla banca padovana sarebbero stati trovati durante le perquisizioni a suo carico, disposte dalla procura di Napoli.
Per quanto riguarda Mancini, anche lui ascoltato come persona informato dei fatti, il dialogo con i procuratori di Siena è durato due ore e mezza, e all’uscita ha solo parlato di «massima collaborazione». Alla domanda se l’attenzione degli inquirenti si sia soffermata sul metodo di ricapitalizzazione della banca finalizzato all’acquisto per 9,3 miliardi di Antonveneta, il presidente della Fondazione non ha risposto, ma si è limitato ad alzare le spalle e fare un mezzo sorriso.
Proprio la questione del rafforzamento patrimoniale di Mps sta diventando uno dei filoni centrali dell’inchiesta della procura di Siena. L’acquisto di Antonveneta dal Santander, infatti, effettuato nel 2007, ebbe bisogno di un aumento di capitale. Il metodo utilizzato è stato un versamento finanziario per 5 miliardi, più un miliardo di obbligazioni convertibili in azioni, cioè dei titoli “Fresh”, emessi da Jp Morgan, la cui caratteristica essenziale è quella di avere una redditività legata all’andamento dei titoli.
Il faro degli inquirenti si concentra sul fatto che il 49% dei Fresh (per 490 milioni) furono acquistati dalla Fondazioni Mps e garantivano una redditività elevata, ma le potenziali perdite non sono mai state nel tempo evidenziate nei bilanci della banca. Per la procura dunque si potrebbe ravvisare il reato di truffa, impedimento dei controlli da parte degli organi di vigilanza e falso in bilancio. La vicenda dell’acquisto di Antonveneta, dunque, starebbe mettendo in luce in queste ore più un problema di lacune contabili e raggiro delle autorità vigilanti che di un enorme sovraprezzo (si parlava di 2 miliardi in più) sulla compravendita.
A questo si aggiunge il possibile reato di truffa commesso da più funzionari, che ad ogni commissione avrebbero cercato di “stornare” un incasso illecito personale. Se infatti il caso Antonveneta resta il peccato originale di Rocca Salimbeni, nelle mani dei pm, di Siena ci sarebbero anche documentazioni da approfondire sui flussi finanziari effettuati da Santander. Così come pure i conti correnti da verificare all’interno dello Ior.
Tessere singole, per ora. Ancora da decifrare e da sistemare ognuna al suo posto. Tessere sui cui i pm potrebbero però aver già interpellato lo stesso Gotti Tedeschi. «Tutte le cose che si sono dette sulla stampa non hanno alcun fondamento, come sarà dimostrato, se verrà il momento» ha intanto precisato l’a.d del Santander, Antonio Saenz durante la conference call sui conti 2012. «Per il Santander – ha aggiunto – si è trattato di un’operazione di uscita da Antonveneta in un momento in cui il mercato italiano aveva molta voglia di crescere e di comperare».
Sul tavolo dei pm di Siena ci sono poi anche le carte acquisite dalla procura di Milano sull’operatività dal 2008 al 2011 di Enigma, società di intermediazione finanziaria, «tra Londra, Milano e Malta con la controparte Mps», si legge nel verbale di perquisizione del 26 giugno 2001, stilato dopo che i pm hanno bussato alla sede meneghina. Con un preciso sospetto: che «vista una marginalità del tutto inusuale del broker», le transazioni «siano state realizzate – scrivono – al fine d consentire agli operatori un profitto privato, attraverso la spartizione del margine, con relativo danno per l’Istituto bancario». Su queste carte, ricevute dalla società stessa senza bisogno di perquisizione, ora lavora Siena.

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