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Google vara lo split azionario

di Stefano Carrer

Una spiccata volatilità del titolo nel dopo-Borsa – prima al ribasso, poi in netto rialzo – ha accolto lo split azionario annunciato a sorpresa da Google ieri sera assieme a un bilancio trimestrale in linea o leggermente superiore alle attese prevalenti, con ricavi netti in rialzo del 24% a 10,65 miliardi di dollari e profitti netti (Gaap) saliti a 2,89 miliardi dagli 1,8 miliardi del primo trimestre 2011. L'utile per azione (Gaap) è salito da 5,51 a 8,75 e quello secondo le regole contabili non-Gaap (che escludono una serie di costi) da 8,08 a 10,08.
L'immediata reazione post- Borsa segnala un sollievo per i risultati ma anche qualche interpretazioni differenziata, da parte degli investitori, della mossa sul capitale approvata all'unanimità dal board con la dichiarata finalità di «preservare la struttura aziendale che ha consentito a Google di rimane concentrata sul lungo termine». Una motivazione che in genere non è tra le più indicate a eccitare una parte degli investitori, soprattutto negli States. In sostanza, sarà creata una nuova classe di titoli senza diritto di voto, quotati al Nasdaq: saranno distribuiti sotto forma di dividendo in azioni a tutti gli azionisti esistenti. Si tratta in sostanza di un split 2×1: per ogni titoli posseduto si riceverà un titolo senza diritto di voto. Se pure il frazionamento potrà rendere l'azione più accessibile ai piccoli investitori, è chiaro – ed esplicito – che servirà soprattutto a facilitare ai co-fondatori Larry Page e Sergey Brin il continuo esercizio di una forte influenza sulle strategie aziendali, attenuando le eventuali pressioni di grandi azionisti e aumentando la flessibilità per eventuali acquisti senza diluizione delle quote attuali con diritto di voto. Sembrano in molti a pensare che, tutto sommato, i due siano i più indicati a decidere cosa sia bene per la società.
Il ceo Page ha dichiarato che, in un altro «grande trimestre», la società ha riscontrato un forte slancio «dalle grandi scommesse effettuate in prodotti come Android, Chrome e YouTube». L'utile operativo Gaap è salito dal 27 al 32% dei ricavi (3,39 miliardi di dollari), ma è sceso dal 38% al 37% su base non-Gaap. Il fatturato fuori dagli Stati Uniti è salito dal 53 al 54% (5,77 miliardi di dollari) del totale. Unico neo è stato il calo del 12% del "cost-per-click": la società si è affrettata a dichiarare che questo non indica una debolezza della domanda di pubblicità.
Gli utenti del social network Google+, intanto, hanno raggiunto – secondo quanto trapelato ieri – 170 milioni: anche questa sarà un'area di crescita, nonostante le difficoltà a sfidare il leader di mercato Facebook. Il social networking, del resto, è proprio un pallino di Page, che da quando ha preso il posto di Eric Schmidt nell'aprile dell'anno scorso ha deciso di investire parecchio in questo comparto, dove non è riuscita a sfondare e si è fatta sorprendere dal successo di alcune start-up. Ieri è arrivata la conferma che la società «continuerà a fare significativi investimenti di capitale». È stato anche reso noto che che Google – assieme a Apple e Amazon – ha raggiunto un accordo con le associazioni di Digital Media, Recording Industry e Music Publishers sulle royalty per i servizi cloud.

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