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Google sfida Apple sull’editoria online

di Massimo Gaggi

NEW YORK — Dopo la Apple tocca a Google: è guerra di giganti— una guerra planetaria — per la conquista del mercato dei contenuti editoriali di qualità (stampa e libri da leggere su piattaforma digitale) e dei relativi sistemi di pagamento. Ieri la società di Larry Page e Sergey Brin ha lanciato «One Pass» , un nuovo servizio che consente ai consumatori che vogliono acquistare contenuti editoriali (un quotidiano, una trasmissione televisiva, un romanzo) fruiti attraverso piattaforme mobili («tablet» o «smarphone» che utilizzano il sistema «Android» di Google) di usare «Ceckout» , il sistema di pagamento creato dal gruppo per gli acquisti «online» e, più in generale, tutte le transazioni di commercio elettronico. Google sostiene di aver lavorato in modo indipendente per settimane alla sua proposta, ma le condizioni contrattuali di One Pass sembrano costruite in modo da apparire significativamente migliori, per gli editori, rispetto a quelle fissate, solo 24 ore prima, dalla Apple. E l’amministratore delegato del gruppo di Mountain View, Eric Schmidt, non ha mancato di sottolinearlo: «Chiediamo agli editori una quota del 10%, che copre solo i costi, e non neghiamo loro l’accesso ai dati sui loro clienti, come fanno altri» . Evidente il riferimento al gruppo di Steve Jobs, un tempo alleato di Google nella comune battaglia contro Microsoft. Tempi ormai lontani, quelli in cui lo stesso Schmidt sedeva anche nel consigli d’amministrazione di Apple. Tra i due giganti ora è scontro aperto: iPad e iPhone contro sistema Android. La nuova partita dell’informazione a pagamento è iniziata due giorni fa quando la Apple ha lanciato il suo sistema di sottoscrizione per le testate che vogliono rendere i loro prodotti consultabili attraverso l’iPad. Una doccia fredda per gli editori, ammutoliti dalle condizioni imposte dal gruppo di Steve Jobs: la Apple ha comunicato che tratterrà il 30%delle quote di abbonamento pagate dai lettori attraverso iTunes e che manterrà la proprietà del «database» dei clienti. Gli editori non avranno, cioè, accesso ai dati dei loro lettori, a meno che non si tratti di soggetti che autorizzano esplicitamente la Apple a trasferire i loro dati alle case editrici. «La Apple apre la porta ma si tiene le chiavi» ha sintetizzato ieri il Wall Street Journal con un titolo che rende assai bene l’idea di quello che sta succedendo. Ma la società di Cupertino replica che sta semplicemente proteggendo la «privacy» dei suoi clienti. Gli editori la vedono un po’ diversamente: per chi pubblica giornali e riviste le informazioni sui lettori sono essenziali, anche a fini pubblicitari. Apple, insomma, applica nel nuovo campo da gioco dell’editoria digitale regole che sembrano rispecchiare più la legge del più forte che preoccupazioni sulla tutela della «privacy» . Una strategia resa possibile dal grande successo tecnologico e commerciale dei suoi prodotti. Ma la durezza delle condizioni potrebbe dirottare molti editori— e i loro lettori— verso altre piattaforme. Quelle di Google, ma ci sono anche editori che si stanno organizzando diversamente, scegliendo altre «tavolette» disponibili sul mercato — Samsung, Sony, HTC o di altri — e istituendo un loro sistema di pagamento. È quello che sta facendo, ad esempio, il gruppo TimeWarner (con riviste come Time e Sports Illustrated). In Europa l’editore tedesco Axel Springer, quello spagnolo che pubblica El Pais e il francesi del Nouvel Observateur hanno optato per «One Pass» di Google. Una scelta non condivisa dai principali editori italiani, impegnati da tempo, in sede Fieg, in un duro confronto con l’azienda di Mountain View. Ma ora anche il rapporto con Apple si fa difficile. Si è ormai aperta una partita a tutto campo nella quale non ci sono «cavalieri bianchi» della tecnologia venuti a difendere la libertà di stampa ma solo aziende che cercano di massimizzare i profitti. Tutto legittimo, anche se i giganti digitali possono contare su rapporti di forza sbilanciati a loro favore: hanno il vantaggio della loro grande forza finanziaria e sono essi stessi, in quanto titolari dello sviluppo della tecnologia, a dettare i ritmi del cambiamento.

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