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Google e Amazon diventano banca “Fate pubblicità, vi prestiamo i soldi”

NEW YORK — Non basta il “quantitative easing” (creazione di liquidità) della Federal Reserve. Non bastano gli acquisti di titoli pubblici della Bce. In America e ancor più in Europa, il credito scarseggia all’economia reale. Le banche non si fidano, sono avare di sostegni alle imprese, soprattutto se medio-piccole. E allora ecco che al loro posto si fa avanti qualcun altro. Attori dalle spalle larghe, con dotazioni di cash abbondanti: i colossi dell ’economia digitale. Da due giorni, Google muove i primi passi nel mestiere di banchiere. Prima ancora, ad avventurarsi
nel business del credito era stata Amazon. Ambedue si lanciano in questa offensiva partendo dai mercati che conoscono: ma potrebbero andare molto lontano. E tutt’e due i giganti di Internet situati nella West Coast motivano la loro decisione strategica con uno spirito “di servizio”.
Amazon ha cominciato a offrire finanziamenti alla miriade di piccoli venditori che usano la sua piattaforma di commercio online, perché si era resa conto che queste piccole imprese stavano auto-limitando le loro offerte di prodotti, causa la scarsità di fondi. Mettere a disposizione dei clienti un catalogo online molto nutrito, implica l’accesso a risorse finanziarie: proprio quelle che le banche centellinano con tanto rigore. «La mancanza di accesso al cash può diventare un limite alla crescita », è la motivazione dichiarata di Amazon, che si è trasformata nella “banca” dei suoi fornitori.
La reazione di Google non si è fatta attendere. E si è spinta un passo più avanti: con la creazione di una carta di credito, nientemeno. Per ora riservata, anche nel suo caso, alla clientela professionale che usa il motore di ricerca Google per la pubblicità. A pagamento, gli inserzionisti ottengono che a fianco dei risultati delle ricerche appaiano i nomi delle loro marche. Oltre un milione di aziende, molte delle quali medio-piccole, fanno ricorso sistematicamente a questi servizi pubblicitari sul sito Google. In particolare si tratta del sistema Adwords, da cui Google ricava la maggioranza dei suoi 37 miliardi di dollari di fatturato pubblicitario. Da lunedì, cominciando con il mercato della Gran Bretagna, i clienti di Adwords possono ottenere una carta di credito per farsi finanziare i pagamenti delle inserzioni. Dopo il test iniziale con la clientela inglese, entro poche settimane il servizio di credito sarà esteso al più vasto mercato americano. Il massimale è elevato: i clienti inserzionisti potranno attingere alla carta di credito Google fino a 100.000 dollari mensili, sempre per farsi pubblicità su Adwords.
Forti della loro dimensione e liquidità, Amazon e Google possono essere più competitivi delle normali aziende di credito, in termini di tassi praticati alla clientela. Google ha già reso noti i suoi tassi: 11,9% sulla carta di credito inglese, 8,99% su quella americana. In ambedue i casi, la società californiana sostiene che i suoi tassi sono inferiori a quelli richiesti dalle banche su analoghe carte di credito per piccole e medie imprese. La spiegazione sta in questa dichiarazione fatta al Financial Times da Brent Callinicos, il tesoriere di Google: «Noi non gestiamo quest’attività come un centro di profitto». In altri termini, le carte di credito sono funzionali ad attirare clientela e fatturato verso il business tradizionale del gruppo. Di qui la possibilità di essere meno esosi dei banchieri. Ma i vertici di Google lasciano aperta la possibilità di andare ben oltre, estendendo ad altre categorie di clienti la loro carta di credito. Dopotutto, è un percorso che ha illustri precedenti storici. Quando l’industria automobilistica era florida, furono le case produttrici a trasformarsi in banche, creando al proprio interno le filiali che gestivano la rateizzazione e cioè il credito al consumo. In questo caso i big dell’economia digitale non fanno che seguire un copione già scritto: ma per le loro dimensioni, l’ingresso nell’attività di credito non passerà inosservato.

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