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Google-Android, multa record

Una multa record, 4,34 miliardi di euro, perché «Google ha utilizzato Android come strumento per consolidare la posizione dominante del proprio motore di ricerca» e lo ha fatto imponendo a produttori di dispositivi e operatori mobile restrizioni illegali. Ma la decisione presa ieri dalla Commissione europea intorno al sistema operativo per cellulari installato su circa l’80% degli smartphone nel mondo non si ferma all’ammenda: entro 90 giorni il gigante di Mountain View dovrà porre fine alle condotte contestate, pena altre multe che potranno arrivare fino al 5% del giro d’affari giornaliero della controllante Alphabet.

I 4,34 miliardi sono circa il 40% dell’utile dello scorso anno della società, una multa arrivata dopo tre anni di indagini, che «riflette la gravità e la natura continua della violazione da parte di Google della legislazione europea», ha detto la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Con le sue condotte Google ha cercato di mantenere anche nel mobile la posizione dominante sulla ricerca online che aveva già sul fisso e da cui trae la maggior parte dei propri ricavi grazie alla pubblicità. Avere una posizione dominante non è illegale, ha spiegato la Commissione, ma lo è abusarne ostacolando la concorrenza.

In particolare sono tre le restrizioni considerate illegali che Google ha imposto ai produttori di dispositivi Android oppure agli operatori di rete mobile che mettono sul mercato gli smartphone. Innanzitutto la società ha obbligato a preinstallare l’app per la ricerca Google Search e il navigatore Chrome come condizione per concedere la licenza del suo portale di vendita delle applicazioni, il Play Store. Android, comprato da Mountain View nel 2005, di per sé è un sistema operativo open source, ma così come viene rilasciato ha solo le funzioni base per gli smartphone. Poi ci sono le applicazioni e i servizi Android di proprietà di Google e fra queste anche il Play Store: un portale pressoché irrinunciabile, perché è vero che un produttore potrebbe farsi il proprio store, ma diventa costoso e inefficiente. Allora Google, ha approfittato, secondo la Commissione, per spingere Search e Chrome (con i quali le ricerche vanno sul proprio motore) legandoli alla concessione dello store.

La seconda restrizione della concorrenza è più esplicita: Google ha anche pagato alcuni grandi produttori e operatori di reti mobili affinché preinstallassero Google Search in maniera esclusiva, senza app iniziali concorrenti.

La terza accusa è invece aver impedito ai produttori che desideravano preinstallare le applicazioni Google di vendere dispositivi funzionanti con versioni alternative di Android non approvate da Google.

La concorrenza di Apple, per le sue caratteristiche, hanno concluso i commissari, non è bastata a limitare il potere di mercato di Google.

La società di Mountain View ha subito annunciato che farà ricorso e nel suo blog il ceo Sundar Pichai ha spiegato che «Android ha creato più scelta, non meno»: «se acquistate un telefono Android», ha scritto il top manager, «state scegliendo una delle due piattaforme mobile più popolari al mondo, quella che ha ampliato la scelta dei telefoni a disposizione in tutto il mondo. Oggi, la Commissione europea ha adottato una decisione in materia di concorrenza contro Android e il suo modello di business. Una decisione che non tiene in considerazione il fatto che i telefoni Android siano in concorrenza con i telefoni iOS». Secondo la società i produttori possono utilizzare e modificare Android nel modo che preferiscono, come ha fatto Amazon, se non lo fanno è per evitare incompatibilità. Inoltre non sono obbligati a includere i servizi di Google e sono liberi di preinstallare altre app concorrenti.

Andrea Secchi

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