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Google aiuta gli editori Cerchiamo una soluzione

«Non è Google ad aver cambiato le regole del gioco. È Internet. Noi possiamo essere solo d’aiuto agli editori, innanzitutto aumentando il traffico verso i loro siti». Richard Gingras è vicepresidente News di Google. Un ambito particolarmente scottante, che porta inevitabilmente a riflettere sull’equilibrio fra il colosso web e il mondo dell’informazione tradizionale che a Google, come a Facebook, guarda come alle cause del declino di ricavi. E l’indice è puntato sia sulla pubblicità drenata dalle piattaforme, sia sulle vendite di copie e contenuti su cui impatta la mole di contenuti disponibile in rete. È su quest’ultimo punto che a Bruxelles si sta giocando una partita serratissima sulla riforma del copyright. Due in particolare i nodi del contendere. Di questi l’articolo 11 introduce l’obbligo di pagamento per gli “snippet”, le porzioni di articoli giornalistici che compaiono in rete. Misura che, per come è scritta, trova la netta contrarietà di Google.
Qualora passasse la proposta di direttiva chiudereste in Europa Google News come già fatto in Spagna?
Riteniamo che questo sia un servizio di grande valore, per lettori e publisher. L’ultima cosa che vogliamo è chiuderlo. Valuteremo l’esito di quanto si deciderà a Bruxelles.
Quindi non escludete la chiusura?
Comprendiamo il desiderio di aggiornare la regolazione sul copyright nell’era digitale. Anche noi auspichiamo che si arrivi a una soluzione che funzioni per tutti: giornalisti, editori piccoli, grandi, vecchi e nuovi. Quella riforma però pone delle potenziali conseguenze inattese sulle quali occorre far luce e che vorrei spiegare.
Prego.
Innanzitutto voglio premettere che Google corrisponde un importate valore economico per il traffico web degli editori generato dalla piattaforma. Gli editori possono monetizzare più di 10 miliardi di visite ogni mese. E c’è una ricerca Deloitte che indica come ciascuna di queste visite abbia un valore monetizzabile fra 3 e 5 euro.
E quindi le conseguenze inattese?
Ci arrivo. Questa proposta di direttiva pone in capo agli aggregatori di news l’obbligo di licenze commerciali per indicizzare i contenuti. Insomma, in capo a Google va la decisione su quale contenuto includere in Google News e quale no, visto che non si potrebbe pagare per tutti.
Perché no? Le risorse non vi mancano.
Ci sono limiti economici oltre i quali non possiamo andare. Ricordo che Google News non porta ricavi, non ha pubblicità. È un servizio. Vorremmo invece che i publisher avessero il diritto di scegliere se accettare o meno questo regime. Alcuni possono ritenere di avere vantaggio dal nostro servizio che, ripeto, non può portare a una remunerazione per tutti.
Non pensa che sia giusto un ribilanciamento degli introiti a favore dei produttori di contenuti?
È vero: Internet ha portato a una disruption nel modello news. Ma in questo passaggio è riduttivo pensare che le revenues siano passate a Google. Se ne sono giovate molte piattaforme. Penso ad esempio a quelle che ospitano oggi gli annunci economici che un tempo erano sui giornali.
Ma è difficile accettare questa visione. In Italia il 75% dell’adv digitale è in mano a Google e Facebook.
È vero che Google ha avuto successo. Ma il mercato adv è cambiato. Milioni di piccoli e piccolissimi investitori che prima non investivano, ora hanno potuto farlo grazie a player come noi.
All’interno della galassia Google, anche Youtube ha avviato una campagna per il “no” spingendo a intervenire anche i suoi creators. È giusto?
Youtube ha meccanismi di tutela del copyright molto importanti. Penso a “Content Id”. Faccio presente che con l’articolo 13 le piattaforme dovrebbero esercitare un controllo a monte anche quando non si conosce il detentore dei diritti. Questo è molto pericoloso e potrebbe portare Youtube a un approccio conservativo sui contenuti che potrebbe ospitare. Trovo quindi giusto che i creators abbiano fatto sentire la propria voce.
Con ogni probabilità mancherà il tempo per l’approvazione. Siete sollevati?
Dico solo che noi stiamo facendo del nostro meglio e stiamo collaborando con l’Europa per trovare una soluzione che funzioni per tutti. Siamo favorevoli a un’idea di revisione del copyright che risponda meglio alle esigenze dell’era digitale.
Non vi sentite un po’ i boia dell’editoria tradizionale?
Mi dispiace che ci sia questo misunderstanding. Rispondo assolutamente no. Diamo la possibilità agli editori di avere più traffico, monetizzabile. Abbiamo anche ideato soluzioni alternative come “Suscribe with Google”. Ripeto: è nostro interesse lavorare per un ecosistema migliore.

Andrea Biondi

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