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Goodbye commissioni

Il business dei pagamenti è sempre stato importante nella redditività delle banche perché garantisce stabilità nei ricavi commissionali anche durante periodi di crisi economica e finanziaria e non comporta assorbimento di capitale, come i prodotti del credito. Questo tipo di attività si è infatti rivelata negli anni una fonte di ricavi commissionali costante.

Ma le cose stanno cambiando, perché i margini legati a questo business si stanno via via riducendo.

Le recenti evoluzioni normative e in particolare la SEPA e le direttive sui servizi di pagamento (PSD e PSD2) stanno trasformando in commodity i servizi di pagamento puri. La tabella a fondo pagina mostra l’andamento delle commissioni da servizi di incasso e pagamento per i principali gruppi bancari italiani a fine 2016 rispetto a fine 2015, in rapporto al totale delle commissioni nette attive. Si nota che in media le commissioni nette da servizi di incasso e pagamento rappresentano l’11% del totale delle commissioni nette attive, anche se ci sono casi eclatanti ben al di sopra della media, come quello di Unicredit, con il 19,6%, o come Intesa Sanpaolo, ben al di sotto della media, con meno del 5%. Numeri che in termini di rapporto con la raccolta diretta dalla clientela, rappresentata da depositi, conti correnti, pronti contro termine e altre attività a brevissimo, pesano soltanto per circa lo 0,2% in media. Anche in questo caso Intesa Sanpaolo di colloca molto sotto la media con lo 0,124%, mentre il rapporto più alto è quello di Mps con lo 0,326%. In sostanza alcuni istituti di credito sono stati in grado di incassare in proporzione il doppio o il triplo di quanto hanno fatto i propri concorrenti semplicemente facendo muovere più denaro ai propri clienti a parità di depositi dei correntisti presso la banca. Ma se una volta questo dato poteva essere letto come un segnale di maggiore o minore efficienza, oggi la lettura è più complessa, perché chi incassa meno potrebbe aver semplicemente già deciso che il business dei pagamenti non è nel far girare più denaro e incassare più commissioni, ma nel far fruttare in altro modo le informazioni raccolte tramite quei pagamenti.

Quello che sta diventando sempre più importante, infatti, è trasformare ogni euro di transazione in un valore superiore a quell’euro, quando a quelle singole transazioni possono essere associate informazioni preziose circa il comportamento dei soggetti controparte nella transazione. Per questo motivo le banche più recettive stanno approcciando il tema PSD2 in maniera proattiva, cercando sinergie con imprese fintech, siano queste startup o soggetti ben più strutturati come Sia o nexi o consorzi o joint venture costituiti da istituzioni finanziarie, come per esempio R3 o we.trade in ambito blockchain. Mentre sul fronte delle sinergie con le startup, va segnalato l’accordo recente siglato da Deutsche Bank con l’italiana H-Farm, quotata all’Aim, per lanciare un nuovo programma di accelerazione, il Blockchain Business Solution Accelerator, che si concentrerà sulla cosiddetta «Blockchain 2.0» ovvero applicazioni della blockchain oltre la valuta, considerando soprattutto l’impatto tecnologico negli ambiti trade & payments, logistics & transportation, procurement & supply chain, cloud & It e legal.

Stefania Peveraro

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