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Good banks, al board di Ubi le nuove richieste della Bce

Sul tavolo gli Npl, i crediti d’imposta e l’eventualità di un aumento
Nuova Banca Marche, Popolare Etruria e CariChieti sono sempre più vicine a Ubi. Ma per il trasferimento delle tre good banks alla ex popolare manca ancora la quadratura del cerchio: in pratica, una soluzione che consenta di soddisfare sia le condizioni poste dalla Bce (che vuole un rafforzamento a livello di capitale), sia quelle di Ubi, che dal canto suo vuole limitarne l’impatto. O per lo meno l’esborso diretto e indiretto, a carico dei propri soci.
La trattativa prosegue e si respira tuttora un clima positivo intorno al dossier. Ma alcuni dettagli restano da chiarire e pertanto per oggi a Milano è stata convocata una riunione straordinaria del Consiglio di gestione di Ubi: l’organo, dove siede il ceo Victor Massiah, non dovrebbe prendere alcuna decisione, ma esaminare le diverse opzioni sul tavolo per soddisfare le richieste Bce, che ieri come anticipato dal Sole ha affrontato la questione in seno al Single supervisory mechanism.
Come in tutte le operazioni di m&a bancario, è?dall’organo di Vigilanza unica che dipende il via libera definitivo, e in questo caso è doppiamente rilevante perché in ballo ci sono tre banche oggetto di un salvataggio, e quindi alle prese con una situazione contabile e fiscale piuttosto anomala. È qui che Ubi avrebbe posto alcuni paletti: l’acquisizione, senz’altro gradita (e caldeggiata) dalla politica e dalla vigilanza della Banca d’Italia, rappresenta per l’ex popolare un’occasione di crescita dimensionale, tuttavia per essere ritenuta conveniente deve avvenire ad alcune condizioni specifiche, più volte esplicitate dal ceo Victor Massiah.
Anzitutto, c’è il tema dei crediti deteriorati. Come noto, un anno fa i quattro istituti salvati sono stati alleggeriti di 9,5 miliardi di sofferenze lorde cedute alla Rev. Da allora però ne sono maturate altre, che si stimano intorno ai 3 miliardi, tra sofferenze e incagli: la banca guidata da Massiah non intende farsene carico, o – nel caso in cui restassero in pancia ai tre istituti a cui punta – il prezzo diventerebbe nei fatti simbolico. Poi, c’è il nodo crediti fiscali, uno degli asset immateriali più interessanti delle quattro banche presiedute da Roberto Nicastro: secondo una pronuncia di aprile dell’Agenzia delle Entrate, a chi le compra porteranno in dote oltre 150 milioni di crediti di imposta maturati con la cessione dei 9,5 miliardi di Npl alla Rev e 650 milioni di perdite fiscali detraibili negli anni a venire, ma evidentemente a Bergamo si vuole conferma dell’utilizzabilità di queste poste. E di qui dipende il prezzo finale che dovrà pagare Ubi, con le possibili ricadute in termini di capitale: ad esempio, ieri mattina Equita Sim stimava una valutazione di 348 milioni – pari a un multiplo di 0,2 sul patrimonio tangibile – comprensiva del riconoscimento di 1,1 miliardi di badwill, più il trasferimento del 50% dei crediti deteriorati alla Rev (dove tuttavia non risultano ancora avviate le pratiche per l’acquisizione); in quel caso, il Cet1 di Ubi scenderebbe da 11,4% a 10,9% per risalire entro il 2017 a 11,6% post riacquisto minorities. Di qui l’eventualità di un aumento di capitale, ipotizzata ieri da Il Sole, che potrebbe attestarsi tra i 300 e i 400 milioni. Certo, sottolinea Equita, «Ubi si precluderebbe altre opzioni strategiche a più basso rischio», tuttavia ipotizzando azioni incisive sui costi (-38%) e normalizzazione del costo del rischio le banche in questione potrebbero riportare un utile di 50 milioni con un ritorno sull’investimento del 4 per cento. La Borsa segue con attenzione l’evolversi della situazione: ieri il titolo ha chiuso in calo del 2,78% a 1,99.

Luca Davi
Marco Ferrando

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