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Goldman, vetrina del capitalismo

di Massimo Gaggi

NEW YORK – I banchieri che dicevano di essere stati chiamati «a fare il volere di Dio» sbugiardati da un loro manager che li accusa di aver distrutto ogni cultura della responsabilità, lasciando spazio solo per il profitto e l'avidità, e che se ne va sbattendo la porta. Angeli trasformati in demoni?
No, quelli di Goldman Sachs angeli non sono mai stati e il loro capo, Lloyd Blankfein, non deve essersi mai morso abbastanza la lingua per la battuta che si lasciò sfuggire, poco più di due anni fa, in un'intervista al Sunday Times. Andandosene, Greg Smith, che era direttore esecutivo per i derivati della divisione britannica della banca Usa, manifesta ora tutto il suo sdegno nei confronti di capi che hanno dilapidato il patrimonio culturale dell'istituto. Laddove c'erano integrità, umiltà e lavoro di gruppo, accusa Smith, è rimasto spazio solo per l'avidità e l'abitudine di trattare i clienti come marionette.
«Una disillusione difficile da comprendere» dice Zachary Karabell, economista ed ex gestore di fondi comuni che ora commenta le vicende di Wall Street per varie reti televisive. «Non vedo come potesse essersi illuso prima, visti gli ultimi cinque anni di crisi, panico e scandali che hanno scosso il mondo della finanza fin nelle fondamenta. Ci siamo dimenticati della Goldman Sachs messa sotto accusa e delle salatissime multe che ha dovuto pagare» per evitare guai peggiori?
Insomma, se non c'erano angeli prima, Goldman non può nemmeno essere sprofondata all'improvviso all'Inferno. L'antico regno della virtù descritto dall'ormai ex banchiere non è mai esistito: nei 12 anni in cui ha lavorato in quella che era comunque la più prestigiosa istituzione finanziaria di Wall Street, la vita della Goldman Sachs è stata punteggiata da incidenti di percorso e scandali ripercorsi ieri puntualmente dalla stampa finanziaria. Ultimo, e forse più grave, il conflitto d'interessi sulle negoziazioni di titoli basati sui mutui subprime. Quella scommessa speculativa contro il mercato dei mutui soprannominata big short che nel 2007 fece guadagnare alla Goldman 4 miliardi di dollari, contribuì alla destabilizzazione del sistema finanziario che sfociò nel crollo della Lehman Brothers.
Oggi l'Economist tratta Smith da ingenuo che si era bevuto la propaganda buonista della banca per la quale lavorava, dimenticando lo scandalo dei commercial paper della Penn Central, i casi di insider trading degli anni 80, fino al rapporto incredibilmente stretto di Goldman col gruppo assicurativo Aig, finito in una situazione prefallimentare e salvato da un intervento fulmineo e massiccio della Federal Reserve. Una manovra assai costosa per il contribuente Usa, concepita sotto gli occhi attenti di Blankfein.
Il Financial Times, invece, loda il coraggio di Greg Smith, dipinto come il primo banchiere che ha avuto il coraggio di rompere l'omertà (il giornale inglese usa il termine in italiano) che regnava in una banca nella quale «l'umiltà era una merce rara, mentre regnava l'arroganza».
Qui, forse, ci avviciniamo al punto vero. Goldman Sachs non è la piovra della malvagità finanziaria descritta tante volte da Matt Taibbi su Rolling Stone, ma una grande istituzione finanziaria che ha fallito nel ruolo socioeconomico che si era autoassegnato: quello di riformare il capitalismo con la lucidità e l'efficienza dei mercati finanziari. Una riforma che si era resa necessaria per la crisi sia dei modelli basati sull'intervento dello Stato in economia sia di quelli retti da un gotha industriale ormai indebolito dalla feroce concorrenza asiatica.
Era questa l'ambizione dei banchieri (non solo quelli di Goldman, a dire il vero) che a Wall Street si facevano chiamare «titani» e «masters of the Universe», signori dell'Universo. Un'illusione che aveva finito per contagiare anche la politica, coi presidenti Clinton e Bush che arrivarono a scegliere in Goldman Sachs i loro ministri economici. E anche con i repubblicani e i democratici che per anni si illusero di poter contrastare una distribuzione del reddito sempre più squilibrata e il progressivo impoverimento del ceto medio americano col credito facile delle banche e delle società che emettevano mutui.
Quel modello è fallito per colpe che sono soprattutto, ma non solo, della finanza. A rileggerla oggi, la frase di Lloyd Blankfein su Dio («we are doing God's work»), per quanto avventata sul piano delle tecniche di comunicazione, rende bene l'idea dei banchieri: diventare l'autorità anche morale che garantisce la miglior allocazione possibile delle risorse per il sistema produttivo. L'etica protestante di Max Weber applicata alla turbofinanza del Ventunesimo secolo.
Lasciamo perdere le piovre, la banca-vampiro, gli strani pentimenti a scoppio ritardato dei banchieri. La finanza, che ci aveva promesso mercati e criteri globali, capaci di unificare economicamente il mondo, ha fallito. I «titani» devono scendere dal piedistallo e occuparsi, più modestamente, di evitare nuove crisi destabilizzanti da eccesso di «leverage». Mentre la battaglia tra i diversi modelli di capitalismo torna nelle mani dei governi, ma a condizioni assai diverse dal passato: oggi domina l'imperativo della scarsità.
 

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