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Goldman compra BTp, cala lo spread

Piazza Affari inverte la tendenza negativa, si allentano le pressioni sui BTp e sui periferici, l’euro recupera terreno dai minimi. Letto attraverso le cifre, il bilancio finale della giornata autorizzerebbe a pensare che gran parte delle nuvole che si stavano addensando sull’Europa e di conseguenza anche sul nostro Paese si siano improvvisamente diradate. Ma il modo in cui il risultato è maturato lascia il dubbio che quello di ieri possa alla prova dei fatti rivelarsi niente più di un rimbalzo tecnico. Sulla carta, ad ascoltare il tam tam delle sale operative, il via agli acquisti sarebbe arrivato nel momento in cui si è saputo che Goldman Sachs aveva incrementato la quota di titoli di Stato «periferici» e in particolare quella di BTp per l’equivalente di 2,3 miliardi di dollari. Un segnale di fiducia, certo, anche se occorre notare che il dato si riferisce al primo trimestre dell’anno, un periodo in cui tutti (non solo la banca d’affari Usa) compravano titoli del Tesoro perché convenienti. Forse ben altro rilievo si sarebbe potuto dare all’indicazione fornita qualche ore prima da China Investment Corporation, il fondo sovrano di Pechino che aveva comunicato lo stop agli acquisti di bond europei, proprio perché riguarda le intenzioni future e non il passato.
Un ragionamento simile si potrebbe in fondo estendere all’apertura della Bundesbank all’ipotesi di accettare un tasso di inflazione più elevato: la mossa (della quale si discute anche negli altri articoli in pagina) lascerebbe mano libera alla Bce attuare ulteriori mosse straordinarie di politica monetaria, ma resta una semplice interpretazione da parte degli analisti. I quali, sempre per rimanere in ambito tedesco, hanno invece sostanzialmente ignorato le parole di Angela Merkel, che paiono invece sbarrare per l’ennesima volta la strada agli Eurobond e all’ipotesi di sacrificare qualcosa sul piano del rigore fiscale per rilanciare la crescita europea. In ogni caso, gli acquisti ci sono stati: il listino milanese ha guadagnato l’1,7% e Madrid addirittura il 3,4%, con le banche a fare da capofila. Qualche decimo l’hanno recuperato anche gli altri principali listini europei (che non erano però usciti altrettanto penalizzati dalle prime sedute della settimana), mentre Wall Street si è fatta più prudente sul finale (+0,18% S&P e -0,04% Nasdaq). Sul fronte del reddito fisso sono scesi i rendimenti dei titoli di Stato italiani e spagnoli, ricucendo lo scarto nei confronti del Bund tedesco rispettivamente a 398 (415 in base al nuovo benchmark utilizzato dai terminali Reuters) e a 445 punti. E in modo del tutto coerente, ha finito per rialzare la testa anche l’euro, tornato a sfiorare quota 1,30 dollari rispetto ai minimi da 3 mesi e mezzo del giorno precedente.
La sensazione, però, è che gli investitori siano più che mai alla ricerca del bandolo per sbrogliare la matassa di una crisi finanziaria che, secondo Standard & Poor’s, deve ancora presentare il suo conto più salato. Per l’agenzia di rating, le società non finanziarie di Stati Uniti, Europa, Giappone e Cina dovranno trovare nei prossimi cinque anni fino a 46mila miliardi di dollari per rimborsare i prestiti in scadenza e finanziare i nuovi investimenti: un compito ai limiti dell’impossibile in un periodo in cui la restrizione del credito si fa sempre più pressante. Ieri JP Morgan, la principale banca americana, ha svelato di aver accumulato perdite sui derivati: due miliardi di dollari in operazioni di trading nelle ultime sei settimane ai quali potrebbe sommarsi un altro miliardo per la volatilità sui mercati durante il secondo trimestre. Nel dopo mercato i titoli della banca hanno ceduto il 6,6 per cento.

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