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Goldman cambia la governance

di Stefania Arcudi

Alla fine Goldman Sachs ha dovuto chinare il capo e accettare un cambiamento importante nella struttura del consiglio di amministrazione per accontentare azionisti sempre più irrequieti: nel nuovo consiglio infatti sarà nominato un "lead director", un consigliere che potrà controbilanciare o comunque verificare alcune delle decisioni del management e dunque dell'ad Lloyd Blankfein. La concessione è stata necessaria per consentire a Blankfein di mantenere la doppia carica di amministratore delegato e presidente della società che guida dal maggio 2006. Le pressioni più forti sono giunte dal fondo dell'American Federation of State, County e Municipal Employees, azionista di Goldman e uno dei maggiori sindacati americani con oltre 1,4 milioni di iscritti. L'Afscme da tempo chiede una separazione delle poltrone ed era determinato a fare mettere ai voti la questione alla riunione annuale degli investitori a maggio.
In cambio dell'accordo, il sindacato rinuncia, per ora, alla propria proposta, che avrebbe avuto tutto il sapore di una mozione di sfiducia nei confronti di Blankfein. «È un passo nella giusta direzione, ma bisognerà vedere se sarà abbastanza», ha commentato il sindacato. Lo sviluppo chiude un capitolo ma non necessariamente la saga che da anni sembra perseguitare la credibilità di Goldman Sachs. La trasparenza dell'istituzione è stata messa più volte in dubbio sia per via di affari che avrebbero danneggiato i clienti sia, più recentemente, per le rivelazioni di Greg Smith, un ex dipendente, che ha dato le dimissioni per «problemi etici all'interno della banca che non potevo più sopportare».
L'Afscme ci aveva già provato nel 2010, agitando lo spettro del possibile conflitto di interessi dell'amministratore delegato e presidente: all'epoca gli azionisti, anche se per una manciata di voti bocciarono la proposta, ma portare ai voti la mozione questa volta potrebbe essere pericoloso. Alcuni osservatori pensano che ci sia il 50% di possibilità che possa essere approvata.
Anche solo il fatto che una proposta del genere esista, ha innescato discussioni sull'opportunità di avere un piano di riserva (cosa che Goldman ufficialmente nega), o meglio una lista di possibili sostituti per la carica di presidente, se non addirittura per quella di ad.
Sempre ieri sul fronte bancario, si è parlato dell'apertura di Bank of America al mercato internazionale, un'inversione di rotta rispetto a una visione finora maggiormente concentrata sugli Usa. La banca creerà un comitato di consulenza con il compito di dare all'ad Brian Moynihan nuovi strumenti per mettere a punto una strategia globale più efficace, con l'obiettivo di avere maggiore accesso ai mercati mondiali. BofA, seconda maggiore banca per asset, è alle spalle di JpMorgan Chase e Citigroup per numero di Paesi in cui è presente. Proprio Moynihan, nell'annuale lettera agli investitori, ha parlando dei «grandi progressi fatti nel trasformare la società», che deve diventare «il posto migliore dove lavorare». Difficile stabilire se sia una stoccata al rivale Blankfein, ma di sicuro, in un momento in cui Goldman è stata dipinta come «un ambiente tossico e distruttivo», la frase del numero uno di BofA non ha l'aria del complimento.

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