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Golden rule, jolly da 4,8 miliardi

Uno “sconto” sul deficit pari allo 0,3% del Pil. Ovvero 4,8 miliardi di euro di cofinanziamenti nazionali – per fondi strutturali, reti transeuropee di trasporti e tlc – che potrebbero essere scomputati dal saldo di bilancio ai fini del Patto di stabilità e di crescita. È questa la “golden rule” sui conti pubblici che l’Italia ha chiesto alla Commissione europea di poter applicare nel 2014. Un dividendo da incassare come premio per i Paesi con un disavanzo al di sotto del 3% del Pil.
La richiesta è stata avanzata nella bozza di Legge di stabilità per il prossimo anno inviata a Bruxelles e tiene conto delle linee-guida fissate dal Commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, nella lettera inviata a luglio ai ministri finanziari europei e di una successiva nota metodologica di settembre che ha chiarito ulteriormente le regole del gioco. Gran parte delle risorse che l’Italia ha chiesto di scomputare è rappresentata dalla spesa per i fondi strutturali 2007-2013.
Roma ha potuto calare questo jolly grazie alla promozione del maggio scorso, quando è uscita dalla procedura per deficit eccessivo, passando dal cosiddetto “braccio correttivo” a quello “preventivo” del Patto di stabilità. Da sorvegliata speciale è così approdata nel club dei virtuosi, dove per ora sono esclusi altri big come Francia e Spagna, ancora impegnati nella correzione di rotta. Per l’Italia il cambio di status ha portato con sé la possibilità di beneficiare di «adeguati margini di manovra» sugli investimenti pubblici. Da questo principio ha preso le mosse il negoziato a Bruxelles, che ha dovuto superare lo scoglio più impervio: convincere il fronte dei Paesi del Nord, guidati dalla Germania, che una maggiore flessibilità di bilancio non significa maggiore discrezionalità. Per arginare le loro perplessità la Commissione Ue ha deciso di considerare come spesa da scorporare solo quella per il cofinanziamento nazionale, che è certificabile con regole oggettive uguali per tutti. Il perimetro è ristretto alla spesa nazionale per cofinanziare fondi strutturali e di coesione, reti transeuropee Ten-T e investimenti nei network di tlc (Connecting Europe). Per il 2014 possono essere scorporate tutte le spese di cofinanziamento previste, mentre nel 2015 si potrà scomputare solo la somma aggiuntiva messa sul piatto rispetto a quella del 2014.
La cifra da spendere richiesta dall’Italia per poter beneficiare della clausola è al di sotto delle prime stime circolate in estate (7-8 miliardi), perché i paletti imposti da Bruxelles sono molto rigidi e i margini per Roma sono ridotti. Rehn li ha chiariti sin da subito nella lettera inviata alle capitali a luglio e lo ha ribadito nella conferenza stampa dopo l’ultimo Consiglio Ecofin del 15 ottobre, dove la questione è stata affrontata durante un pranzo informale. In particolare, sono tre i paletti da rispettare: l’economia deve essere in recessione o comunque sotto il livello potenziale di crescita; è consentita una «deviazione temporanea» dal percorso di riduzione del deficit, ma non si potrà superare il limite del 3%; occorrerà infine ridurre il debito secondo parametri precisi. Sul primo punto Rehn ha sottolineato che «è essenziale» non superare la soglia del 3% di deficit, «perché se un Paese vuole usare la clausola non può essere sotto procedura di disavanzo».
Roma resterà sorvegliata speciale sul debito: come previsto dal Six Pack dovrà ridurre lo stock al ritmo medio di un ventesimo all’anno del differenziale tra il livello attuale (133% del Pil) e il target del 60 per cento. Gli investimenti considerati devono garantire un effetto positivo di lungo termine sulla crescita economica. A più riprese Bruxelles ha poi chiarito che il via libera a questi margini di flessibilità non rappresenta un assegno in bianco e non ci sarà alcun automatismo sulla possibilità di utilizzare questo “tesoretto” ai fini del calcolo del deficit. Il verdetto della Commissione dovrebbe arrivare entro metà novembre insieme alle raccomandazioni sulle Leggi di stabilità. I ministri dell’Eurogruppo ne discuteranno anche nella riunione straordinaria del 22 novembre, convocata proprio per passare al setaccio i budget 2014.

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