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Gnudi: «Salviamo l’Ilva, anche con capitali italiani»

«Non abbiamo alcuna intenzione di estromettere dall’operazione Ilva la famiglia Riva. Salvare l’azienda conviene a tutti: a Taranto, al governo, all’Italia e anche alla famiglia Riva». A un mese e mezzo dal suo insediamento, il Commissario Piero Gnudi (nella foto) chiarisce prima di tutto la sua posizione sugli azionisti. «Mi preme ricordare che i vari provvedimenti dei governi Monti, Letta e Renzi sono stati varati con l’unico intento di consentire all’azienda il proseguimento dell’attività stante i noti interventi della magistratura». Non ci sono imprese siderurgiche italiane con la forza patrimoniale per fare in solitudine l’operazione Ilva. Un investitore straniero è essenziale. Ma è altrettanto cruciale che, nel capitale, vi sia una presenza italiana significativa: «Sarebbe anche importante avere un socio di rilevanza istituzionale come il Fondo Strategico Italiano».

Commissario, iniziamo dai rapporti con i Riva. Quale è la loro attuale condizione?
Il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e io, allora in veste di suo consigliere, li abbiamo incontrati a Roma il 29 maggio. Claudio Riva fu molto gentile: fissò addirittura lui l’appuntamento con i vertici di Arcelor Mittal. In quel colloquio ci manifestarono la loro disponibilità a essere della partita, insieme ad altri. Il che ci parve subito una dimostrazione di buon senso. E, aggiunsero, che lo avrebbero fatto a certe condizioni. Non li abbiamo più sentiti. Quando vorranno illustrarcele, saremo ben felici di apprenderle.
Vista la strategicità dell’Ilva per l’intervento, la componente italiana nell’azionariato di una ipotetica cordata non è irrilevante.
La soluzione del problema Ilva passa necessariamente da una nuova compagine azionaria, a cui auspico possano partecipare, con una consistenza significativa, soci italiani. Non ci sono preclusioni sulla partecipazione anche della famiglia Riva. Sarebbe anche importante avere un socio italiano di rilevanza istituzionale come il Fondo Strategico Italiano.
Resta il fatto che il perno dell’operazione, qualunque sembianza societaria assuma, sarà uno straniero.
È così. Non ci sono italiani con la forza patrimoniale necessaria. Arcelor Mittal dovrebbe completare la due diligence entro fine agosto. A quel punto, gli altri gruppi internazionali con cui abbiamo intavolato delle discussioni potranno, uno alla volta, iniziare il processo di due diligence. Chiunque sia il compratore, dovrà garantire i lavori per l’ambiente e il mantenimento della dimensione occupazionale di oggi.
Quante volte è andato, lei, a Taranto?
Due volte. Io non posso andare a insegnare la siderurgia a chi ha sempre mangiato pane e acciaio. Ho messo a capo della parte produttiva e ingegneristica ottimi professionisti. In più, ho già assunto diversi dirigenti industriali del settore, perché in Ilva esiste un obiettivo problema di svuotamento professionale. Dagli effetti delle indagini giudiziarie fino all’allontanamento dei così detti “fiduciari” dei Riva: senza entrare nel merito di tutto questo, l’esito oggettivo è stato uno sfilacciamento della catena di comando.
Dunque, rispetto a Bondi, lei interpreta il suo compito in maniera molto diversa.
È così. Al dottor Bondi era stato dato dal Governo il compito di fare un piano industriale. Ora, se il problema Ilva si risolve solo con un nuovo socio necessariamente sarà lui a voler fare il piano industriale che sia coerente con i suoi disegni strategici. Ripeto: l’importante sarà che realizzi, al contempo, i lavori di ambientalizzazione e di bonifica. E che, naturalmente, mantenga lo stesso livello occupazionale di ogg

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