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Globo Dal dollaro al barile, in cerca di un centro di gravità permanente

Governare l’incertezza. È questa la maggiore sfida per l’economia globale nel 2015. Dimentichiamo l’ottimismo tipico dei report della principali banche globali che contraddistinguono le stime macroeconomiche per l’anno successivo. 
A sette anni dall’inizio della crisi, il mondo sta ancora cercando la propria stabilità. Delle due l’una: o si adatta alla nuova normalità esistente o difficilmente troverà la bussola perduta. Inutile illudersi.
A meno di sorprese, l’economia globale rimarrà «fragile, disomogenea e vulnerabile agli choc esogeni». Così la pensa il Fondo monetario internazionale (Fmi). E così la pensa anche la banca elvetica Ubs, fra le poche che sta enumerando agli investitori dei pericoli che corre l’universo finanziario.
Secondo l’istituzione guidata da Christine Lagarde la crescita del Pil mondiale si attesterà al 3,8% nel 2015. Ma non è esclusa una revisione al ribasso. «Il mondo deve comprendere che nulla è più come prima. Lehman Brothers è stato lo spartiacque e ciò che c’era prima non tornerà più», ha scritto Bill Gross, ex numero uno di Pimco ora passato a Janus. Come ha ricordato Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, non saranno poche le incognite nel 2015. «Sono ancora fresche di stampa le ponderose analisi annuali che le grandi case dedicano a fine novembre all’anno successivo. Trasudano ottimismo, serenità e fiducia». Da Abn Amro a Société Générale, quasi tutti citano come possibili driver positivi gli Stati Uniti, con la loro crescita che sembra tornata a pieno regime, o la possibile versione europea del Quantitative easing (Qe). O ancora, i più arditi parlano del petrolio sotto quota 70 dollari al barile. «Tutto giusto, per carità, ma la distribuzione dei rischi presenta delle code decisamente sovrappeso che prima o poi, come minimo, ci metteranno paura», spiega Fugnoli.
I rischi, appunto. Il primo è legato all’eurozona. Se è vero che la vigilanza bancaria unica, data in mano alla Banca centrale europea (Bce), è la più grande innovazione dall’introduzione dell’euro, è altrettanto vero che resta ancora molta strada da fare. Le riforme strutturali, per esempio, devono ancora essere portate a compimento da molti Stati membri. E il maggior tempo a disposizione dato dalla Commissione europea a Italia e Francia, con scadenza a marzo 2015, sta catalizzando le preoccupazioni degli investitori istituzionali, così come la mancata crescita. Come ha spiegato Goldman Sachs nelle sue previsioni di fine anno, «sarà difficile osservare un massiccio flusso di capitali in entrata, come invece era accaduto all’inizio del 2014».
Il secondo rischio è il prezzo del petrolio. Con il Brent a circa 60 dollari al barile, molti operatori sono in difficoltà, ma non è ancora arrivato il punto più basso, quello emergenziale. Come ha spiegato Hsbc, «i veri problemi potrebbero esserci nel caso il petrolio scendesse sotto quota 40 dollari». Possibile? Secondo la banca anglo-asiatica si, così come per i giapponesi di Nomura. «A quel punto, per la zona euro potrebbe essere ancora più complicato uscire dall’attuale scenario di bassa inflazione ed economia stagnante», dice Nomura. E sarebbe vanificato anche l’estremo tentativo della Bce, il lancio di un Qe sui bond governativi con lo scopo di raggiungere il duplice obiettivo che Mario Draghi ha fissato, tasso d’inflazione prossimo al 2% e aumento del bilancio dell’Eurotower di circa 1.000 miliardi di euro.
Il terzo rischio è rappresentato dalle tensioni geopolitiche in corso. La Russia è quella più evidente. Il collasso del rublo e la crisi di liquidità che stanno vivendo le banche del Paese possono essere determinanti nel peggioramento delle stime di crescita globali. «Non bisogna sottovalutare l’impatto sulla crescita globale della crisi russa, perché potrebbero esserci risvolti negativi per tutti», ha avvertito il Credit Suisse. Infine, troviamo gli Usa, con la Federal Reserve impegnata con l’exit strategy dal regime di tassi al minimo storico e dal pompaggio di liquidità tramite il Qe. «Sarà un processo graduale e indolore», ha detto nei mesi scorsi Janet Yellen, governatore della Fed. In particolare, non ci sarebbe alcun impatto sugli Emergenti, che già stanno soffrendo per il ribilanciamento dei fattori produttivi a livello globale. Eppure, secondo Capital Economics, proprio la gestione della fine del Qe sarà l’azzardo più grande: «Il mondo è pronto a ballare per tutto il 2015?»
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