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Gli utili ci sono, la Borsa li ignora

Dopo sei settimane di disastri borsistici, con le banche italiane più che dimezzate nella capitalizzazione, sono stati comunicati i risultati dell’esercizio 2015. Le prime sette banche del sistema-Italia (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano e Banca Popolare dell’Emilia-Romagna), hanno chiuso l’ultimo esercizio con 5.954,3 milioni di utile netto. Una cifra impensabile solo un anno fa: quasi sei miliardi di euro che contrastano profondamente con la percezione che i mercati hanno dimostrato di avere degli istituti di credito italiani e dai quali sono già stati tolti gli oneri legati ai salvataggi delle quattro banche nello scorso novembre.
Sei miliardi di euro di utili netti – peraltro quasi la metà (2,7) provenienti da Intesa – sono una cifra che rimane imponente anche considerando le disavventure di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che nel medesimo periodo hanno cumulato perdite per complessivi 2.289 milioni, arrivando a pagare adesso, con almeno un anno di ritardo, quanto il resto del sistema aveva già spesato negli esercizi precedenti.
Però, anche considerando le perdite maturate dalle ex reginette del Nordest, l’utile realizzato dalle prime nove grandi banche italiane si attesta a 3.665 milioni di euro. Eppure, la Borsa a tutto questo si disinteressa. Vive di voci, si alimenta di rumors e molto spesso – nelle ultime settimane – muove i prezzi con piccole quantità di azioni. I volumi non hanno preoccupato, a differenza della volatilità, ovvero la variazione percentuale dei prezzi, sempre più ampia, frequente, intensa.
Segnali
Eppure i segnali positivi non mancano, soprattutto se legati all’economia reale. Intesa Sanpaolo distribuirà dividendi cash per 2,4 miliardi; il Monte dei Paschi ha chiuso l’anno in utile – dopo bilanci pesantissimi –; Unicredit, su cui nelle ultime settimane si sono concentrate molte attenzioni, ha comunque chiuso l’esercizio con 1,7 miliardi di utile netto (2,2 miliardi escludendo poste non ricorrenti). Eppure tutto questo non è bastato. Solo il passo indietro di Ubi nell’ipotetico piano di salvataggio del Monte dei Paschi di Siena ha portato la banca guidata da Fabrizio Viola a perdere fino al 12 per cento nelle prime battute della seduta di Borsa di venerdì scorso, spingendo il titolo a ridosso di quota 40 centesimi, un quarto del valore di dicembre. Il panorama è di estrema incertezza. Non solo sul fronte azionario: molti risparmiatori stanno selezionando i loro rapporti creditizi.
Alle banche, ha detto Federico Ghizzoni venerdì scorso a Milano, in occasione della convention del sindacato Fabi, «serve un guizzo per cambiare il sentimento del mercato nei loro confronti». Non sarà facile. Il 2015 ha portato a galla una serie di comportamenti, oltre i limiti del codice ed è difficile per tutti, anche per le banche più virtuose e profittevoli, ripartire in salita, quando la strada è resa già impervia da regolamenti sempre più stringenti e da normative di scarso aiuto. Uno dei nodi irrisolti del sistema sono ancora le sofferenze, quella montagna di denaro che ha raggiunto i 300 miliardi di euro e che, prestati dalle banche alle famiglie e al sistema produttivo delle aziende, non ritorna indietro. Soldi garantiti da immobili. Ed è proprio sul sistema dell’escussione delle garanzie che l’Italia si trova inadeguata rispetto ad altri paesi europei. Per entrare in possesso del bene posto a garanzia un banca impiega mediamente sette anni. I recenti provvedimenti del governo spingono ad abbassare questo periodo, ma la misura rimane insufficiente. Scendere da 7 a 5 anni, quando nel resto dell’Europa bastano 24 mesi per svoltare pagina, significa piombare i bilanci delle banche, ingessare il mercato immobiliare, e non liberare risorse a favore della parte più produttiva del Paese.
Proiezioni
L’imminente fusione tra Banco Popolare e Popolare di Milano, che secondo fonti vicinissime ai vertici delle due aziende dovrebbe venire annunciata entro la fine del mese di febbraio, sarà probabilmente quella mossa capace di volgere il sentiment del mercato, come richiesto da Ghizzoni. Nascerà il terzo gruppo bancario italiano, con oltre 700 milioni di utile netto (bilanci 2015). Sarà una svolta. Ma i problemi del settore vanno affrontati in maniera più orizzontale. Il governo sembra aver preso coscienza della minaccia che arriva dalla ponderazione del rischio insito negli attivi investiti in titoli di stato e presenti nei portafogli delle banche. Se non si interverrà rapidamente a livello di Unione Europea il rischio è di un alleggerimento rapido delle posizioni in essere, con un effetto valanga di inimmaginabili conseguenze. Occorre fare presto. Anche in questo caso.
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