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Gli Usa sfruttano la rendita di posizione

di Mario Margiocco

Ci saranno nel mondo le risorse finanziarie per sostenere i debiti sovrani? Se lo chiedeva nel 2009, all'inizio della crisi che ancora attanaglia i conti pubblici e privati, l'economista americano Alan Meltzer, massima autorità sulla storia della banca centrale di Washington. Ci siamo: quanto sta accadendo all'Europa sui mercati sovereign indica che il denaro scarseggia, e preferisce al momento finanziare il debito più grosso, quello degli Stati Uniti, sorretto da una vera moneta e non da una moneta incompleta come l'euro, per quanto di dollari da tempo ve ne siano nel mondo troppi. Continuano però a farsi rispettare, o quasi, nonostante timori asiatici e mediorientali. Forse terranno ancora a lungo, forse dovranno presto scendere a patti con venti contrari. Ma la crisi dell'euro indebolisce al momento l'unica parziale alternativa, e il dollaro resiste.

L'America un gigante di fronte all'Europa, e a un'Italia – quanto a debito pubblico – allo stremo? No, semplicemente "il nano più alto", per prendere un'immagine di David Wessel del Wall Street Journal che fotografa bene un guaio comune, dove però gli Stati Uniti riescono ancora a sollevare lo sguardo rispetto agli europei, grazie a quattro generazioni di moneta franca, accettata da tutti. Per il resto, sono nei guai quanto l'Europa, meno per alcuni aspetti e più per altri, pur mantenendo una forza di fondo che all'Europa manca: in sostanza, oltre a una demografia assai più favorevole: un secolo e mezzo di vera unità economica e di leadership mondiale indebolita forse, ma non scomparsa, e che nel corso del decennio, alla fine probabilmente, potrebbe vederli notevolmente risanati. Sarà così anche per l'Europa? Deve esserlo.

I costi di finanziamento di un debito pubblico che ha confronti negli Stati Uniti solo con quello contratto per sostenere la Seconda guerra mondiale sono così bassi – 2% i titoli a 10 anni – per due motivi. Perché la Fed continua la respirazione bocca a bocca di un sistema bancario soltanto in apparenza meno disastrato di quello europeo, cosa che la Bce non può ancora fare. E perché la situazione europea, dove pure il debito pubblico medio dell'area euro è di un buon terzo inferiore sul Pil a quello americano, fa al momento più paura ancora.

In un'analisi pubblicata poco più di un anno fa (Financing the US debt: is there enough money in the world, and at what cost?) John Kitchner del Tesoro di Washington e Menzie Chinn, economista all'Università del Wisconsin-Madison, sostenevano che sì i soldi ci sarebbero stati ma con fatica e con il rischio di mettere altri fuori mercato. Questo non solo per le dimensioni assunte dal debito pubblico, ma anche per la rapidità con cui gli Stati Uniti dopo il caso Lehman sono passati dal plotone di centro al gruppetto di testa fra gli industrializzati a più alto debito pubblico.

Kitchner e Chinn, nella loro ampia analisi, si limitano a considerare il debito federale nella misura del gross public debt che sta arrivando in questi giorni al 100% del Pil, cioè a 15mila miliardi. Ma occorre aggiungere il debito di Stati ed enti locali, che se vogliamo seguire le giuste regole di Maastricht in materia, va conteggiato. Sono al momenti altri 2.700 miliardi. Questo debito sta lentamente scendendo, perché gli enti locali non possono per legge presentare bilanci in rosso, e hanno licenziato dal settembre 2008 circa 500mila dipendenti.

Terzo, c'è poi il debito e gli impegni di garanzia sui titoli, venduti in tutto il mondo, del sistema della finanza immobiliare pubblica, circa 7mila miliardi in totale tra Fannie e Freddie, le due megafinanziarie semipubbliche su cui il 7 settembre 2008 Washington estese il manto protettivo della garanzia pubblica per evitare il default, con il trucco di non iscriverle direttamente a bilancio per non far compiere al debito ufficiale un balzo inaudito. Ma sono garantite, e non possono venire ignorate. Si può e si deve conteggiare solo una parte della cifra, poiché bene o male dietro c'è il valore (cospicuo, ma incalcolabile e certo non a valori di libro fino a quando dureranno la feroce crisi immobiliare e i pignoramenti) di metà circa degli 11mila miliardi di mutui americani. Tre mila miliardi sono una stima frequente. Quindi, in totale obblighi di garanzia per Washington su 20mila e 700 miliardi, un soffio sotto il 140% del Pil. Sono circa tre anni, dall'indomani del crollo di Wall Street nel settembre 2008 – l'inizio di tutti i guai – che Il Sole 24 Ore insiste su questa realtà. Per il rapporto reale debito/Pil, nella classifica nel G-7 è primo Giappone, secondi Stati Uniti, terza Italia.

È la rapidità con cui si è presentato sui mercati questo gigante del debito pubblico, da solo pari a una volta e mezza il debito dell'Eurozona, a fare la differenza. L'incremnento medio annuale del debito è stato di 500 miliardi negli otto anni del disastroso George W. Bush ma diventa di 1.300 miliardi circa, all'anno, nel quadriennio di Obama, causa crisi. Alla fine del 2006 la principale delle due voci che formano il gross debt, quello detenuto dal pubblico interno ed estero, banche centrali comprese (l'altra quota del 33% circa è intragovernativa, ma sono comunque cambiali da onorare) era pari a 4.900 miliardi che salivano a oltre 9mila nel terzo trimestre 2010 e sono non lontani dagli 11mila oggi. Senza una via d'uscita, a giorni, da parte dell'improbabile Comitato bicamerale e bipartisan sui tagli di spesa, non sarà forse più soltanto S&P ad avere tolto a Washington la tripla AAA.

È con questo gigante in tutti i sensi, anche del debito, che gli europei devono competere. E in prima linea, l'Italia.
 

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