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Gli Usa accusano Fca: dati falsi sulle emissioni di 100 mila auto diesel

Una bomba al Salone di Detroit. L’Epa, l’ente per la protezione ambientale degli Stati Uniti, accusa Fiat Chrysler di aver “falsato i dati sulle emissioni” di 104 mila motori diesel montati sulla Jeep Grand Cherokee e sui furgoni con il marchio Ram prodotti dal 2014 ad oggi. Nessuno dei modelli incriminati è stato venduto in Europa. L’ombra di un nuovo dieselgate fa crollare il titolo a Milano, Fca viene sospesa al ribasso quando perde il 16% mangiandosi in poche ore gran parte dei progressi fatti negli ultimi mesi. A New York il calo è del 10,23% dopo le dichiarazioni di Marchionne.
Il dossier presentato dall’Epa parla di violazione del Clair Air Act, la legge federale sulle emissioni. Cynthia Giles, dirigente dell’ente, è durissima: «Averci nascosto l’esistenza di software in grado di modificare le emissioni è una grave violazione della legge». Di più: «Tutte le società devono giocare con le stesse regole». L’accusa riguarda otto dispositivi che Chrysler avrebbe inserito nei motori diesel 3.000 di cilindrata per ridurre le emissioni in determinate condizioni e a basse temperature. L’accusa dell’Epa è quella di non aver voluto rivelare l’esistenza di quei dispositivi. A differenza del caso Volkswagen, quando la casa tedesca, rea confessa, ha ammesso di aver truccato il software dei diesel per abbattere le emissioni durante i test di omologazione, in questo frangente Fca, che respinge ogni addebito, è accusata di non aver rivelato l’esistenza di dispositivi elettronici che agiscono durante la normale marcia del veicolo, riducendo per un certo periodo di tempo le emissioni. Pesante il commento di Mary Nichols, direttrice del Carb, l’ente californiano di protezione ambientale: «Ancora una volta una grande casa automobilistica ha deciso di schivare le regole ed è stata scoperta».
L’annuncio delle prime conclusioni dell’indagine Epa arriva a pochi giorni dall’insediamento del nuovo presidente e trasforma di fatto il settore dell’auto nel nuovo campo di battaglia della politica americana. Proprio al Salone di Detroit le case avevano fatto a gara nei giorni scorsi ad annunciare nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro negli stati americani, addirittura riportando a casa produzioni che nel frattempo erano migrate in Messico dove la paga mensile di un operaio è un quarto di quella del suo collega del Michigan. Ieri pomeriggio Fca ha voluto attendere il comunicato dell’Epa prima di esporre le sue controdeduzioni: «I nostri motori diesel – dice Fca Us – hanno un hardware di controllo delle emissioni all’avanguardia, compreso il sistema di riduzione catalitica, l’Scr». Sarebbe infatti quel sistema quello al centro dell’indagine. Spiega la nota Fca: «Ogni costruttore deve realizzare un equilibrio tra le prescrizioni di Epa relative al controllo di emissioni di ossidi di azoto e la necessità di rispondere a precisi requisiti di durata, prestazioni, sicurezza e contenimento dei consumi». Questo passaggio sembra essere il cuore della contesa. Epa contesterebbe a Fca di non aver segnalato l’esistenza dei dispositivi che trattengono per un certo periodo l’ossido di azoto. Fca risponde che quei dispositivi sono necessari per ridurre le emissioni, manon possono funzionare a lungo senza compromettere la durata del motore e le sue prestazioni.
Ora la partita diventa legale. Oggi gli avvocati di Fca saranno a Detroit per incontrare i vertici dell’Epa. Lunedì lo stesso Marchionne volerà in California per discutere i criteri di omologazione per le vetture nel 2017. L’azienda sostiene di aver una proposta che potrebbe superare i dubbi dell’Epa e che consentirebbe di mettere in regola tutte le 104 mila auto ritenute irregolari. Se Fca fosse riconosciuta colpevole, potrebbe pagare una multa salata: fino a 44 mila dollari per ogni auto, 4,6 miliardi in tutto.

Paolo Griseri

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