Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Gli studi fanno rotta sulle società benefit

Si moltiplicano le chance per gli studi professionali di avvicinarsi al mondo delle società benefit. Dopo il primo esperimento lanciato in Italia dalla società tra avvocati Freebly, ora anche il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili spiana la strada al “matrimonio” tra profit e benefit anche nell’area della consulenza fiscale e contabile (si veda l’articolo a fianco).

Primi, timidi , segnali perché sul mercato domestico quello delle Sb (sigla, appunto, delle società benefit) è ancora un esperimento di nicchia: un censimento preciso non esiste, ma si calcola che siano circa un migliaio le realtà costituite con questa sigla dal 2016, anno in cui questa particolare forma giuridica ha trovato il suo riconoscimento legale con la legge di stabilità (la 208/2015, commi 376 e seguenti), con l’Italia capofila per tutta Europa.

Il modello

La società benefit è una società che ha la particolarità di perseguire, oltre allo scopo dell’utile, una o più finalità di beneficio comune, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse. Sostenibilità, trasparenza, benessere sia dei soci che di tutti gli stakeholder sono solo alcuni degli obiettivi che una Sb può porsi, senza trascurare quello del profitto. Con un evidente ritorno di immagine, ma anche di impatto sul mercato e sui propri collaboratori.

Come spiega il Notariato «qualsiasi società di persone e di capitali, già esistente o di nuova costituzione, può essere una società benefit; non si tratta, infatti, di un nuovo tipo sociale, ma di una qualifica», ora riconosciuta anche dal Codice civile. Una strada che appunto può essere percorsa anche dagli studi professionali, se già organizzati in forma societaria.

Come si diventa Sb? È necessaria una modifica dello statuto che deve indicare, nell’oggetto sociale, le specifiche finalità di beneficio comune che intende perseguire. E poi alcune modifiche organizzative per assicurare che la “conversione” non sia solo di facciata: va individuato un responsabile del perseguimento degli obiettivi benefit e ogni anno va allegata al bilancio una relazione sul conseguimento di questi fini. Ma di fatto i controlli non sono moltissimi: la legge affida il compito all’Autorità garante della concorrenza e del mercato che deve però valutare solo eventuali profili di responsabilità per pubblicità ingannevole, nel caso non ci sia corrispondenza tra obiettivi dichiarati e comportamento reale sul mercato.

Il modello Freebly

Partita nel 2019 con i due soci fondatori, Giulio Graziani e Antonello Leogrande più altri due avvocati, oggi la prima Sb tra avvocati, Freebly, conta 12 professionisti e sei risorse di staff e sta ancora reclutando. Ha chiuso il suo primo bilancio con 325mila euro di ricavi e 12mila di utile. «Sono 4 i nostri obiettivi benefit che guardano sia alle risorse interne che al mercato – precisa Graziani – libertà, condivisione, sincerità e sostenibilità». Niente partner, associate o altri ruoli “classici”: i colleghi sono solo “freebliers” dal momento in cui entrano a far parte del network, firmando un contratto annuale a recesso libero. La libertà è quella, in primis, dell’avvocato che aderisce: «Niente vincoli di fatturato, di orario o di timeshift- continua Graziani – il freeblier è autonomo nella scelta dei propri obiettivi, affiancato da un coach». La proposta convince soprattutto giovani millenial o professionisti a metà carriera, attratti da questa maggiore libertà rispetto agli studi tradizionali, che consente di scegliere il proprio equilibro tra vita privata e professionale. Il contratto prevede una fee di ingresso annuale, a scalare da 5mila euro (dimezzati quando il singolo fatturato tocca i 50mila euro) più trattenute variabili in base al volume d’affari: 30% da 0 a 50mila, 20% da 50 a 300mila e così via. In cambio Freebly offre tutti i servizi di uno studio: dagli spazi (da sempre in coworking), alla compliance, alla fatturazione, fino al marketing, allo storage, alle banche dati e al network.

La trasformazione in B Corp

Oltre al modello benefit gli studi che intendono fare della performance sociale, ambientale ed economica una “bandiera” possono certificarsi come B Corp (benefit corporation). In pratica una certificazione volontaria che parte da una autovalutazione: il test gratuito Bia (B Impact Assessment). Solo chi raggiunge 80 punti su 100 – di fatto 1 su 10 – ottiene subito la certificazione. Per gli altri inizia un percorso di valutazione e consulenza che in Italia è gestito da varie aziende indipendenti raggruppate nella piattaforma B Corp Way (https://bcorpway.net) creata dall’ente certificatore B Lab. Tempi e costi variano in base al livello di performance di partenza, all’impegno che l’azienda infonde nel voler diventare più sostenibile, al settore di appartenenza e al supporto dei consulenti. «Con la pandemia c’è stata una crescita di interesse anche da parte di consulenti, studi legali e professionisti» – segnalano Eric Ezechieli e Paolo Di Cesare, co-fondatori di Nativa, B Corp che è anche country partner di B Lab in Italia. « I momenti di difficoltà vissuti hanno permesso di comprendere l’insostenibilità che oggi caratterizza i modelli utilizzati nel mondo del business – spiegano – e moltissime realtà hanno scelto di recuperare questo ritardo affidandosi a modelli come il B Corp già testati con successo da realtà presenti in tutto il mondo».

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Ancora nulla di fatto nell’Ue sull’energia. Anche il Consiglio dei ministri per l’energia riu...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I l rilancio di Mirafiori (con la relativa chiusura della Maserati di Grugliasco, alle porte di To...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La partita è cominciata. Si gioca tra Roma e Bruxelles, tra i negoziatori del Mef, che hanno il co...

Oggi sulla stampa