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Gli studenti leggono sempre peggio

Conosciamo l’obiezione. Ha senso misurare la capacità degli studenti di leggere e capire un testo con un quiz tratto da un forum online per allevatori di polli? Sì. Perché, come spiega il segretario generale dell’Ocse Angel Gurría nell’introduzione all’ultima indagine Ocse-Pisa sulle competenze dei quindicenni di 79 Paesi, oggi i ragazzi non studiano più solo sui manuali di scuola. Tre quarti delle informazioni le vanno a pescare in Rete, dove vige la legge del Far West: vince chi la spara più grossa. Ecco perché il grido d’allarme dell’Ocse — in Italia solo il 5% dei ragazzi di seconda superiore sa distinguere un fatto da un’opinione o peggio da una fake news — non va sottovalutato.

Non che negli altri Paesi i nativi digitali siano molto meno sprovveduti dei nostri, ma comunque i «lettori avveduti» sono quasi il doppio: 9%. Quello che più inquieta del dato italiano non è che l’ottava economia del mondo si collochi fra il 23esimo e il 29esimo posto della classifica, ma che mentre altri Paesi fanno passi da giganti (come il Portogallo che ci ha superato), noi siamo peggiorati.

Il tutto mentre l’esposizione dei ragazzi a Internet è più che raddoppiata (da meno di due ore al giorno a circa quattro). Siamo migliorati solo in matematica, dove oggi siamo in linea con la media degli altri Paesi. Mentre in scienze c’è stato un autentico tracollo: siamo al livello della Turchia.

Ad aggravare le cose c’è poi il divario fra regioni. Mentre al Nord gli studenti ottengono risultati uguali o superiori ai loro colleghi tedeschi in lettura, quelli del Sud e delle isole se la battono con cileni, maltesi e serbi. Va anche peggio in scienze dove, nelle scuole del Sud, più di uno studente su tre non raggiunge la sufficienza (contro il 15-20% nel Nord). Perfino in matematica la forbice è nettissima: gli scarsi al Sud sono il doppio che al Nord (30% contro 15%).

Le scuole

Il 95% non distingue un fatto da un’opinione

Grandi disparità tra licei e tecnici e professionali

Ancora più nette sono le disparità fra licei, istituti tecnici e professionali. Mentre nove ragazzi su dieci del classico, dello scientifico e del linguistico ottengono almeno il livello minimo di competenza in lettura, nelle scuole professionali gli insufficienti sono addirittura il 50%. E in matematica e scienze più della metà. Un ritardo che tende a ricalcare lo svantaggio delle famiglie d’origine. La cosa più triste è che anche quando vanno bene a scuola, i ragazzi che provengono da contesti socio-economici sfavoriti tendono ad avere minori ambizioni: solo tre su cinque si aspettano di arrivare alla laurea contro la quasi totalità di chi sta bene (sette su otto).

Né le cose vanno meglio per gli stereotipi di genere. Mentre nella maggior parte dei Paesi il vantaggio dei maschi sulle femmine in matematica si è assottigliato al punto da essere appena percettibile (5 punti), da noi resta consistente: 16 punti. E anche quando primeggiano, le ragazze si autocensurano: solo una su 8 si immagina scienziata o ingegnere.

L’emergenza italiana chiama in causa anche le famiglie. Basti pensare alla percentuale spropositata di ragazzi che confessano di aver saltato almeno un giorno di scuola nelle due settimane prima del test: 57% contro una media Ocse del 21%. Eppure con il registro digitale è molto più difficile riuscire a bigiare. Ciò vuol dire che spesso chi marina la scuola lo fa con la benedizione dei genitori.

C’è di peggio: il 30% degli studenti ha riferito che durante l’ora di italiano l’insegnante deve aspettare a lungo perché la classe si calmi e si possa cominciare a fare lezione. E uno su tre ammette che non sta quasi mai attento a quello che il prof spiega. Da dove ripartire? Secondo Francesco Avvisati, analista Ocse-Pisa, nei prossimi dieci anni, grazie al calo demografico e all’onda lunga dei pensionamenti dei baby boomers, abbiamo «un’occasione unica per ripensare le priorità del sistema di istruzione, mettendo gli studenti al centro della riflessione». Purché si riesca a uscire dalla politica di emergenza degli ultimi governi: proprio ieri la Camera ha approvato il decreto salva-precari, che di fatto si tradurrà in un’ennesima sanatoria.

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