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Gli stress test fanno meno paura a Piazza Affari

Il mercato guarda ai risultati di venerdì e alle mosse di Federal Reserve e banca centrale giapponese
È partita all’insegna della prudenza assoluta una delle settimane più cruciali attese dai mercati, che vedrà nel corso delle prossime giornate susseguirsi le riunioni della Federal Reserve americana e della Banca del Giappone e che culminerà poi venerdì con la pubblicazione degli stress test sulle banche europee da parte della Banca centrale europea. Comprensibile, in vista di questi appuntamenti e con l’approssimarsi del mese d’agosto, nel quale statisticamente sui listini l’attività (ma non la volatilità) tende a ridursi in modo drastico, che qualche operatore abbia preferito mantenersi alla finestra.
Sul fronte strettamente bancario non si può non notare come gli investitori abbiano scisso i destini degli istituti di credito che verosimilmente, secondo le anticipazioni de Il Sole 24 Ore, supereranno la prova condotta dalla vigilanza Bce e dall’European banking authority (Eba) da chi è invece a rischio. Così all’ennesimo tracollo del titolo Mps (-8,4%) ha risposto la sostanziale tenuta di UniCredit (+0,3%) e Ubi (+0,2%), mentre Intesa Sanpaolo e Banco Popolare hanno lasciato sul terreno rispettivamente l’1,8% e l’1,6 per cento.
Questo spiega in gran parte perché Piazza Affari abbia accusato un calo, se pur modesto, pari allo 0,52% e perché anche Madrid (dove Santander ha perso il 2,3% e Bbva l’1,5%) sia finita in territorio negativo (-0,28%) laddove Parigi (+0,16%) e Francoforte (+0,5%) hanno invece registrato un piccolo avanzamento. La sensazione comune, in ogni caso, è che gli investitori stiano ormai guardando più al dopo stress test, cioè agli eventuali piani coordinati di ristrutturazione del sistema finanziario che potrebbero essere messi in atto in conseguenza dei risultati dell’esame Eba-Bce.
Prima di arrivare a venerdì ci sarà però da confrontarsi con il duo Fed-BoJ e anche con una serie di dati di assoluto rilievo sia sul fronte aziendale (la stagione delle trimestrali entrerà nel vivo anche in Europa) e su quello macroeconomico (saranno diffusi i dati sul Pil del secondo trimestre in Europa, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada, quelli sulla disoccupazione tedesca, sugli ordini di beni durevoli e sulla fiducia dei consumatori negli Stati Uniti). Le cifre in questione non ingloberanno ancora l’effetto Brexit, che per la verità continua ancora a non vedersi neanche negli indicatori anticipatori europei, se è vero che ieri l’indice Ifo (dopo lo Zew della scorsa settimana) ha mostrato a luglio una contrazione della fiducia fra le imprese tedesche lieve e inferiore al temuto (108,7 da 108,3 punti quando il consensus medio fra gli analisti era pari a 107,5).
Riguardo alle banche centrali, invece, se dalla Federal Reserve non si aspetta certo un intervento sui tassi, ma si farà attenzione a ogni parola che potrebbe lasciar intuire una nuova accelerazione a settembre, in Giappone tutto sembrerebbe pronto per nuove mosse espansive. O almeno così pensa il mercato, dato che in base a un sondaggio Bloomberg quasi l’80% degli economisti si attende un intervento da parte della BoJ, specie dopo che il governatore Haruhiko Kuroda (apparso piuttosto prudente la scorsa settimana) è tornato a margine del G-20 appena concluso a parlare della cosiddetta ozpione «helicopter money», ovvero la misura ultraespansiva attraverso la quale un istituto centrale monetizza di fatto il debito pubblico.
Wall Street, nell’attesa e dopo aver fatto registrare nuovi massimi storici la scorsa settimana, si è quindi concessa una pausa, che qualche operatore ha anche addebitato alla nuova caduta del prezzo del petrolio (di cui si parla in modo più approfondito nell’articolo sotto). I tempi in cui la correlazione fra prezzo del greggio e azioni era uno degli elementi caratterizzanti del mercato (cioè la prima parte dell’anno) sembrano ancora lontani, ma è pur sempre vero che il prezzo del barile è ai minimi da 3 mesi e torna ad avvicinarsi a livelli critici.
Più calma infine la situazione sui mercati valutari e anche su quelli del reddito fisso: l’euro/dollaro si è mantenuto un soffio sotto quota 1,10 (che comunque rappresentano i minimi da marzo) e i titoli di Stato decennali hanno registrato variazioni frazionali. Acquisti Bce a parte, il tasso del BTp decennale fermo all’1,24% e lo spread col Bund a 128 punti base tradiscono la scarsa voglia di prendere posizione da parte degli investitori.

Maximilian Cellino

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