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Dopo gli stress test arrivano i numeri (quelli veri)

La scorsa settimana si è conclusa con le pagelle dell’Eba. L’European banking authority ha reso noto gli esiti degli Stress test: un esercizio accademico che simula situazioni di crisi estrema del sistema finanziario e ipotizza la reazione dei maggiori istituti di credito europei in queste situazioni, proiettandole in un arco di tempo da qui al 2020 e in due situazioni sostanzialmente diverse, quelle di un mercato «stabile» che si contrappone a un contesto «avverso».

Le quattro banche italiane finite sotto la lente della autorità continentale si sono comportate bene anche nell’ipotesi fully loaded, con Intesa Sanpaolo che ha, nell’ipotesi avversa, un Cet1 ratio al 10,40 per cento, mentre Unicredit è al 9,34 per cento, Banco Bpm all’8,47 per cento e Ubi al 7,46 per cento. Mps, essendo in una fase di ristrutturazione e con lo Stato italiano attraverso il ministero dell’Economia quale socio di maggioranza (68,247 per cento) non è stato considerato dall’analisi. Ma quello dell’Eba è stata appunto una simulazione accademica, un gioco.

Per tutte le banche italiane quotate, assai più importante saranno i prossimi giorni, perché verranno resi noti i risultati d’esercizio nei primi nove mesi dell’anno: numeri reali, non esercizi accademici.

Sarà un momento delicatissimo nell’analisi dei bilanci perché i ratio patrimoniali che fotografano la solidità degli istituti di credito, su tutti il Cet1 ratio, considereranno la situazione contabile al 30 settembre. Purtroppo, qualche giorno prima di quella data, giovedì 27 settembre, l’attuale governo rese nota la forma della manovra di aggiornamento del Documento di economia e finanza, con la quale si spingeva il deficit al 2,4 per cento del prodotto interno lordo, ovvero ben oltre il limite di guardia fissato dalle autorità europee. Un limite che quotidianamente viene difeso come fosse la linea del Piave, quando invece rischia di essere Caporetto.

Le reazioni dei mercati, le ricorderete, furono immediate, con lo spread tra Btp decennale e il Bund tedesco di pari scadenza che si impennò a quota 282 venerdì 28 settembre, prima di arrivare anche a quota 340 il 19 ottobre. L’importanza di quella quota «282» è però cruciale in questo momento. È infatti a quel livello che verranno pesati tutti i titoli di stato italiani che le banche (fortunatamente) continuano a tenere in portafoglio, consentendo l’attività di governo. Ma è indubbio che quel livello di spread inciderà sulla solidità patrimoniale degli istituti di credito o quanto meno sui livelli dei risultati economici ottenuti nel corso del trimestre, visto che gli utili possono comunque essere accantonati a riserva patrimoniale.

Per questo la settimana entrante è assai più delicata della scorsa. Almeno in Italia. Archiviato l’esercizio accademico, che comunque fornisce indicazioni importanti ancorché proiettate al 2020 , ora si andrà a vedere come le azioni della politica possono impattare sui mercati e con quale riverbero sulle attività degli istituti di credito.

L’esame dei conti inizierà domani, con la trimestrale di Intesa Sanpaolo e di Ubi, mentre mercoledì 7 sarà la volta di Unicredit e di Banco Bpm. Il livello dell’asticella, fissato un anno fa con i bilanci dei nove mesi chiusi al 30 settembre 2017, è abbastanza alto, almeno per le big del settore: Intesa Sanpaolo chiuse i primi nove mesi dello scorso anno con un utile netto di 2,469 miliardi di euro, a cui si aggiunsero gli effetti cash dei 3,5 miliardi ottenuti dal governo per l’accollo del salvataggio di una parte delle attività di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. In totale dunque Intesa Sanpaolo arrivò al 30 settembre 2017 con un utile netto di 5,888 miliardi.

Unicredit, che non venne coinvolta dai salvataggi di sistema, archiviò un utile netto di 3,0 miliardi di euro; mentre furono 702,4 milioni per Ubi e 52,7 milioni per Banco Bpm, a cui si aggiunsero 3,076 miliardi di badwill in seguito alla fusione operativa dal primo gennaio ’17 per un totale di 3,128 miliardi. Difficile ripetere simili performance.

Ma l’attenzione degli operatori non confluisce solo verso queste quattro banche. Venerdì 9 sarà il Monte dei Paschi di Siena che renderà noto l’andamento della propria attività al 30 settembre e lunedì 12 sarà la volta di Carige. A Siena e a Genova hanno sede le due banche con maggiori difficoltà in questo momento in Italia: le trimestrali appaiono come la nuova tappa di un Calvario che sembra non finire mai.

Stefano Righi

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