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Gli statuti delle spa con deroga

Gli statuti di spa possono prevedere categorie di azioni con il diritto di nominare gli amministratori, derogando così al principio secondo il quale la nomina dell’organo amministrativo viene deliberata in modo collegiale da tutte le azioni in assemblea ordinaria. È questo il concetto essenziale della prima delle tre nuove «massime» elaborate dalla Commissione Società del Consiglio Notarile di Milano, approvate il 19 maggio scorso (si veda ItaliaOggi del 20 maggio 2015).

Per un verso, l’orientamento interpretativo del notariato milanese recepisce quanto già affermato da una parte della dottrina, che dopo la riforma del 2003 aveva sostenuto la possibilità di creare categorie di azioni con diritto di nominare una parte minoritaria degli amministratori. Viene così stemperato il principio maggioritario «puro» vigente nella nomina degli amministratori di spa, in forza del quale chi ha la maggioranza «vince tutto» e nomina l’intero cda.

Può essere ad esempio previsto che le azioni B, pari al 30% del capitale, hanno il diritto di nominare 2 amministratori su 5, ottenendo così una rappresentanza nell’organo amministrativo, un po’ come avverrebbe con un voto di lista.

Per altro verso, e qui sta la maggiore novità, la massima 142 ritiene che il diritto di nomina attribuito alle categorie di azioni non debba necessariamente limitarsi alla minoranza degli amministratori né essere strettamente proporzionale alla percentuale di capitale rappresentato dalle azioni. Può essere ad esempio previsto che le azioni A, pari al 70% del capitale, hanno diritto di nominare 2 amministratori su 5, mentre le azioni B, pari al restante 30%, hanno diritto di nominare gli altri 3 amministratori.

La massima, in altre parole, reputa che non sia più sussistente, ammesso che lo fosse in passato, un rigido principio di proporzionalità tra il «peso» delle azioni e il numero degli amministratori da esse nominati.

L’interpretazione si basa sull’ampia concessione fatta dal legislatore del 2003 all’autonomia statutaria nell’ambito delle categorie di azioni e degli (altri) strumenti finanziari partecipativi.

Ad essa si è recentemente aggiunta, con effetti probabilmente decisivi, l’abrogazione del divieto di emissione di azioni a voto plurimo.

Se è vero che si può continuare ad affermare che il principio di proporzionalità tra rischio e potere rappresenta la regola che connota il regime legale delle spa, si deve infatti riconoscere che si tratta ora di un principio meramente «tendenziale». Non è pertanto incompatibile col sistema della spa una modifica del regime legale che attribuisca a una parte minoritaria delle azioni il diritto di controllare la società mediante la nomina di tutti gli amministratori, come avviene del resto combinando le azioni a voto plurimo e le azioni senza voto, nonché gli ulteriori strumenti tipici con cui può essere derogato il regime legale, come ad esempio il diritto di nomina attribuibile agli strumenti finanziari partecipativi ex art. 2346, comma 6, c.c.

Si può pertanto affermare che anche sotto questo profilo, oltre che sotto quello dei diritti patrimoniali, le spa (e soprattutto le spa non quotate) siano divenute uno strumento suscettibile di una forte «contrattualizzazione», tale da discostarsi in modo sensibile rispetto alla loro connotazione tipica, ma pur sempre senza travalicare i confini del «tipo», divenuti assai più ampi ed elastici rispetto al sistema precedente alla riforma del 2003 e alle successive modificazioni normative.

Le altre due massime, n. 143 e 144, fanno invece il punto su delicate questioni interpretative rimaste aperte in seguito ad alcune recenti novità normative (le srl a un euro e le azioni a voto plurimo).

Accade infatti che piccole modifiche legislative, anche di apparente «semplificazione», pongano interrogativi che richiedono in seguito un’attenta opera di «ricostruzione» del sistema delle regole, per garantire l’efficace e coerente applicazione degli strumenti giuridici a disposizione delle imprese.

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