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Gli scossoni sui mercati e i (nuovi) timori per l’euro

È tornato. Quel sintomo che non si vedeva da anni ora è ufficialmente riapparso sul tessuto dell’area euro, e sradicarlo di nuovo potrebbe non essere semplice. I mercati hanno ripreso a danzare attorno all’ipotesi che, in un futuro più o meno distante, si prepari la frattura della moneta unica. Il Sud e le periferie da una parte, il Nord e il «nucleo duro» dall’altra. Non si tratta di una profezia, ovviamente. Questi anni hanno mostrato come i mercati abbiano sempre ragione, salvo le frequenti occasioni nelle quali si sbagliano di grosso. Ma dal 2012 a oggi non hanno perso il potere di innescare, con le loro scosse, esattamente gli esiti temendo i quali iniziano a muoversi. Quanto sta accadendo in questi ultimi dieci giorni appare quantomeno il segnale che non tutto nell’area euro è tornato in regola, dopo la tregua imposta a colpi di interventi per centinaia di miliardi da parte della Banca centrale europea. Malgrado i massicci acquisti orchestrati da Francoforte, gli andamenti dei titoli di Stato stanno rivelando tremori evidenti subito sotto la superficie. Nell’immediato potrebbero aver contribuito le parole di Jens Weidmann: il presidente della Bundesbank nelle scorse ore ha di fatto ritirato la proposta da lui stesso avanzata due giorni prima di un ministero del Tesoro dell’area euro, ed è tornato a chiedere procedure d’insolvenza per gli Stati in crisi. Intanto però gli investitori guardano già oltre: tornano a prendere posizione sulla possibilità, per quanto vaga, che l’area euro si spezzi e solo un nucleo duro al Nord (Francia inclusa) rimanga unito. Per quanto piccoli rispetto a inizio decennio, i movimenti dei titoli di Stato in scadenza fra dieci anni rivelano infatti come il mercato stia ormai distinguendo fra Paesi europei in base alla loro appartenenza a un gruppo più omogeneo e coeso attorno alla Germania. Fra il 29 gennaio e ieri sono visibilmente saliti i rendimenti dei titoli a dieci anni di Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, Slovenia e Irlanda. Sono scesi quelli di Germania, Francia, Olanda, Finlandia e Slovacchia; anche quelli del Belgio, dopo un rialzo iniziale, hanno preso a calare rapidamente. Centinaia di miliardi di euro stanno attraversando questa linea di faglia europea in cerca della sicurezza percepita tutta a Nord e nel “nucleo duro”. In effetti di solito il rendimento di un’obbligazione sale — e il suo prezzo scende — quando gli investitori avvertono maggiore rischio nel prestare all’entità che ha emesso un’obbligazione, quindi dovrà rimborsarla quando scade. Accade il contrario quando un rendimento scende. Nel 2012, la stessa trama si era svolta con un tratto di suspense in più: il mercato temeva che l’euro sarebbe finito presto in frantumi e i titoli dell’Italia o della Spagna un giorno sarebbero stati rimborsati in una moneta nazionale svalutata. Dalle grandi banche ai risparmiatori, tutti avevano iniziato a chiedere ai due governi del Sud un premio sempre più esorbitante per comprare il loro debito. Ma proprio l’alto costo degli interessi avvicinava il default di Roma e di Madrid, e con esso la frattura dell’euro. Non siamo tornati a quel punto: stanno giusto riaffiorando gli stessi riflessi in misura omeopatica, con intensità variabile fra i vari Paesi. L’Italia ha visto il maggiore aumento in percentuale dei propri rendimenti sul debito decennale, al punto che il suo vantaggio sulla Spagna è quasi sparito benché Madrid sia da tempo in crisi politica. Altrove in Europa gli slittamenti ignorano, a volte, le condizioni specifiche dei singoli Paesi. La Finlandia vede i propri rendimenti calare anche se è in recessione da quattro anni, perché gli investitori pensano che Helsinki farà sempre parte di un “nucleo duro” attorno alla Germania; per l’Irlanda vale l’opposto, perché il suo costo del debito sale anche se è il Paese che cresce di più nell’area euro: si sospetta che forse svaluterà, se l’euro salta. Stessa contraddizione fra la Spagna e la Francia. Il debito pubblico fra le due è simile, l’economia iberica cresce molto di più, eppure i capitali fuggono verso Parigi perché si ritiene che resterà sempre legata alla stessa moneta in corso legale a Berlino. Nel 2012 la Bce riuscì a spezzare questo sortilegio. La novità è che oggi Mario Draghi non basta più, solo i leader politici possono riuscirci. Magari è per questo che i mercati ci credono di meno .

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