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Gli sconti favoriscono le famiglie più povere

È assai meno “rivoluzionaria” rispetto alla versione iniziale, ma almeno è portatrice solo di buone notizie, concentrate sulle famiglie a basso reddito. Nella versione riscritta dalla commissione Bilancio della Camera la manovra sull’Irpef contenuta nel disegno di legge di stabilità perde le limature delle aliquote più basse, ma anche gli interventi retroattivi su deduzioni e detrazioni, dicendo addio a tetti e franchigie. Delle risorse rese disponibili dal mancato taglio Irpef, un miliardo verrà destinato, nel 2013, alle famiglie per la riduzione del carico fiscale.
Al posto di quel pacchetto di novità, i deputati hanno introdotto alcune misure dirette ad elevare le detrazioni per i carichi di famiglia, che entreranno in vigore dalle dichiarazioni dei redditi del prossimo anno e che aiuteranno soprattutto le famiglie con entrate minori.
Partiamo dai risultati: un nucleo familiare con reddito complessivo da 10mila euro e un figlio a carico che ha già compiuto i tre anni ottiene uno sconto aggiuntivo sull’Irpef totale del 10,2%, mentre il beneficio scende al 3,4% con 20mila euro di reddito, all’1,7% con 30mila euro per avvicinarsi alla scomparsa per i redditi superiori (si vedano i grafici in pagina). Se i figli sono due, e uno di questi ha meno di tre anni, i benefici si fanno più consistenti, e con loro diventa anche più marcata la concentrazione degli effetti sui redditi bassi. Con 10mila euro di reddito, l’Irpef da pagare diminuirà del 41,4%, scenderà del 8,2% con 20mila euro di reddito e così via, fino a offrire una differenza di poche decine di euro (0,1% del totale) se il reddito della famiglia è a 90mila euro.
A determinare questa “piramide” è l’incremento dei valori-base degli sconti fiscali dedicati ai figli: per il figlio con più di tre anni si passa dagli 800 euro attuali a 980, per quello più piccolo si va da 900 a 1.080 euro.
A favorire i redditi bassi c’è il meccanismo dei parametri previsto dal testo unico delle imposte sui redditi, che in pratica moltiplica queste cifre base per un valore che scende insieme al reddito: i moltiplicatori cambiano a seconda del numero di figli, in modo da favorire le famiglie più numerose.
In questa maniera, l’effetto fiscale dei figli a carico diventa inversamente proporzionale al reddito complessivo dichiarato, e la stessa dinamica ovviamente si presenta accresciuta dall’aumento dei valori di base operato dall’emendamento. Le tabelle in pagina, per mostrare l’effetto combinato di questi fattori, fanno i conti in tasca a una famiglia con un solo figlio superiore ai tre anni, e a un nucleo con due figli, di cui uno inferiore ai tre anni e quindi caratterizzato dalla detrazione maggiorata.
Un’altra considerazione però è d’obbligo: i calcoli in pagina tengono conto esclusivamente dei redditi lordi e dei carichi familiari, ma soprattutto quando le entrate dichiarate non sono troppo consistenti le altre detrazioni (da quelle per le spese sanitarie a quelle per i mutui) o le deduzioni possono intervenire ad azzerare l’Irpef, e quindi anche l’effetto positivo delle novità. Un “vizio di fondo”, questo, che contraddistingue tutti gli interventi sull’Irpef, che naturalmente non hanno alcun impatto su chi già oggi non paga l’imposta (si tratta dei cosiddetti «incapienti»).
La «rimodulazione di alcune tax expenditures», come l’aveva definita il comunicato stampa diffuso nella notte di inizio ottobre del travagliato Consiglio dei ministri che aveva varato la prima versione della manovra, come si ricorderà, prevedeva un taglio delle agevolazioni con effetto retroattivo. Un taglio in «deroga» allo Statuto del contribuente, che sarebbe dovuta scattare già dalle dichiarazioni dei redditi del 2012 e che tante polemiche aveva suscitato.
Erano state introdotte una franchigia di 250 euro sulle deduzioni e sulle detrazioni d’imposta, e un tetto massimo di 3mila euro su queste ultime. La contrazione dei bonus fiscali toccava praticamente tutti gli oneri che oggi danno la possibilità di ottenere un risparmio sul prelievo fiscale, per i soggetti con redditi superiori a 15mila euro.
E se in qualche caso erano previste deroghe, come per le spese sanitarie che non concorrevano alla detrazione d’imposta massima di 3mila euro, era anche vero che la franchigia sotto la quale non era più possibile ottenere benefici fiscali per i costi medici di fatto saliva dagli attuali 129,11 euro (le vecchie 250mila lire) ai 250 euro, appunto.
Nella versione originaria del provvedimento le uniche voci escluse dallo sfoltimento erano quelle relative ai carichi di famiglia, le detrazioni per lavoro dipendente e quelle per le ristrutturazioni e il risparmio energetico, che poggiano su regole proprie e dribblavano anche il tetto dei 3mila euro. Dalla franchigia erano esentati altri due tipi di costi, quelli sostenuti dai non vedenti per il mantenimento dei cani guida e quelli sostenuti per i servizi di interpretariato dai soggetti riconosciuti sordomuti. Costi che tuttavia non era possibile “ammortizzare” integralmente in quanto rientravano nel tetto massimo di tremila euro introdotto per le detrazioni.
Tutto questo insieme di regole ora sono state cancellate dall’emendamento depositato ieri dai relatori Renato Brunetta (Pdl) e Pier Paolo Baretta (Pd). Emendamento che interviene anche sulle pensioni di guerra e sugli assegni connessi a prestazioni previdenziali di analogo tenore (disciplinati all’articolo 34, primo comma, del Dpr 29 settembre 1973, n. 601), precisando che l’agevolazione «non opera qualora gli emolumenti indicati siano percepiti, a titolo di reversibilità, da soggetti titolari di reddito complessivo superiore a euro 15.000».

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