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Gli scogli del negoziato per lo scudo salva-banche

Non è mai stato un negoziato semplice e non lo sta diventando neanche ora che passano i giorni dopo il referendum britannico. Il governo italiano da tempo aveva pronto il progetto per un intervento limitato sulle banche, tramite capitale diretto o con un sistema di garanzie, in modo da risolverne una volta per tutte e superare l’eredità di prestiti in default.

Lo choc trasmesso ai mercati dallo strappo di Londra aveva aperto una finestra per l’Italia, in modo da presentare i propri argomenti a Bruxelles: in questa fase di caos l’intervento pubblico sugli istituti dovrebbe essere possibile anche senza colpire depositanti e obbligazionisti. Del resto le stesse norme europee su questo meccanismo – il cosiddetto “bail in” in caso di aiuti di Stato alle banche – prevedono deroghe a tutela della stabilità finanziaria nei momenti in cui sui mercati esiste un rischio sistemico.

A Bruxelles questo argomento dell’Italia per ora è stato accolto solo in parte. Le discussioni non sono state fluide e continuano ancora: ieri Mattero Renzi ne ha parlato con il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, ma neanche il coinvolgimento del premier basta da solo a chiudere un negoziato che ha molti risvolti tecnici. A condurlo sugli aspetti di merito a Bruxelles è Gert Jan Koopman, l’olandese che guida il settore aiuti di Stato della direzione generale Concorrenza; la sua però non sembra una resistenza burocratica isolata, perché non mancano i protagonisti politici dell’Europa del Nord che stanno muovendo dubbi sulla proposta italiana di stabilizzare le banche tramite un intervento pubblico senza penalizzare gli obbligazionisti.

Koopman ha offerto un compromesso limitato: la Commissione Ue accetta che vengano tutelati in pieno i depositanti delle banche, ma chi detiene obbligazioni subordinate o ordinarie, a suo parere, dovrebbe comunque subire una sforbiciata. Nella logica dei suoi difensori, il “bail in” serve a alleggerire i debiti di una banca in dissesto e dunque a ridurre il ricorso ai fondi del contribuente per risanarla. Chi critica queste le regole, ne sottolinea invece l’aspetto destabilizzante: colpire gli investitori ne mette a dura prova la fiducia e li induce a fuggire anche da altre banche, allargando a macchia d’olio un contagio finanziario.

Le discussioni a Bruxelles proseguono, ma il compromesso offerto da Koopman non è accettabile per Roma: in Italia le famiglie detengono ancora obbligazioni bancarie per un valore a scadenza di poco meno di 90 miliardi di euro; è molto meno dei 380 miliardi del 2013, ma è quanto basta a destabilizzare la fiducia dei risparmiatori, come e più di quanto accadde con il dissesto di Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti a novembre scorso.

D’altra parte, a Bruxelles c’è chi vuole preservare la credibilità delle nuove regole sui salvataggi bancari in vigore da gennaio. Koopman sembra avere il pieno sostegno di Jeroen Dijsselbloem, ministro delle Finanze olandese e presidente dell’Eurogruppo che riunisce i ministri economici dell’area euro. Socialdemocratico, espresso da un Paese che ha pagato cari i suoi salvataggi bancari nel 2008 e 2009, Dijsselbloem insiste perché le regole sul “bail in” siano applicate strettamente: in Olanda vengono viste come norme dalla parte dei piccoli contribuenti, in modo che non debbano pagare per gli errori delle banche.

Il confronto però non finisce qui. A Sintra, al vertice dei banchieri centrali organizzato dalla Banca centrale europea, molti osservatori capiscono bene la logica del progetto del governo di Roma. L’auspicio di molti è che si trovi un compromesso in perfetto stile europeo: salvare la facciata delle regole, senza colpire i piccoli risparmiatori. Come esattamente arrivarci, per adesso, non l’ha capito nessuno.

Federico Fubini

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