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Gli scambi globali nelle mani di Usa e Europa

Per la scommessa europea sulla ripresa è un’altra pessima notizia: il commercio mondiale si è fermato. Gli strateghi dell’eurozona, su imbeccata di Berlino, avevano puntato tutte le carte sul dollaro debole e sul forte sviluppo dei mercati mondiali. Dovevano essere le leve decisive per un torrente di esportazioni, unica alternativa di sviluppo lasciata aperta, nel momento in cui le politiche di austerità comprimono la domanda interna. Non hanno avuto né l’uno, né l’altro. Il rinvio a data da destinarsi dell’aumento dei tassi Usa ha lasciato il cambio con il dollaro a 1,12, più o meno il livello dove è bloccato da mesi. E le traversie cinesi stanno zavorrando il commercio mondiale, bruscamente crollato ad un ritmo che è la metà di quello a cui ci avevano abituato gli ultimi decenni.
I dati diffusi dal Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, sono solo in parte una sorpresa: già dalla scorsa primavera circolavano indicazioni sul rallentamento dei traffici. Ma la revisione delle cifre rispetto all’ottimismo della previsione precedente è uno choc. Dal 1995 ad oggi, sulle ali della globalizzazione, il commercio mondiale è cresciuto in media del 5% l’anno, pur scontando la frenata degli ultimi anni. Per il 2015, il Wto prevedeva, nelle stime pubblicate ad aprile, almeno un parziale recupero di ritmo, quasi un segnale di fine crisi: 3,3%. Invece, ha dovuto tagliare la stima fino a mezzo punto percentuale. Quest’anno, il commercio globale si allargherà solo del 2,8%, più o meno il passo asfittico degli ultimi tre anni, un segnale di crisi ancora aperta. Nel 2016 dovrebbe esserci un’accelerata fino al 3,9%, comunque meno del 4% che era stato stimato per il prossimo anno nella previsione dello scorso aprile. E per primi gli analisti del Wto mettono le mani avanti. Se un margine d’errore, nella previsione, c’è, è tutto sulla possibilità che le cose vadano peggio. Dipende dalla salute o meno delle economie emergenti e dalla instabilità finanziaria che potrebbe scaturire da un eventuale decisione Fed di alzare i tassi d’interesse, che alimenterebbe una fuga di capitali verso gli Usa.
Al momento, il paradigma fondamentale della globalizzazione sembra saltato. Il commercio che traina lo sviluppo mondiale: per quasi due decenni abbiamo visto il volume degli scambi internazionali crescere ad un ritmo doppio di quello dell’economia. Invece, il 2015 è il quarto anno consecutivo in cui l’aumento dei traffici è più o meno pari all’aumento del prodotto interno lordo mondiale, segno che il traino commercio-economia non c’è. Ma non c’è neanche il traino opposto, economia- commercio, e questo è anche più preoccupante. Mentre il Wto, infatti, pubblicava le proprie previsioni sugli scambi internazionali, basate in parte sulle stime di allargamento dell’economia mondiale, il Fondo monetario internazionale si preparava a rivedere quelle stime, all’insegna di una espansione inferiore alle attese. Lo ha anticipato ieri la direttrice del Fmi, Christine Lagarde: la crescita di quest’anno – ha detto – sarà più debole anche di quella del 2014, che si era fermata al 3,3%. Nel 2016, forse, andrà meglio ma l’accelerazione sarà “modesta”.
Il succo è che dobbiamo aspettarci crescita debole ed esportazioni faticose. L’elemento meno rassicurante è il passaggio di testimone, come locomotiva dell’espansione degli scambi, dai paesi emergenti come Cina, Brasile, Russia, in evidente difficoltà, ai paesi sviluppati: Usa ed Europa. Le prospettive di sviluppo dei paesi avanzati sono, infatti, assai inferiori a quelle dei paesi emergenti. Invece, l’Europa si trova a scommettere, per le sue esportazioni, sui mercati dei paesi ricchi, Stati Uniti e Gran Bretagna.
E’ l’unica scommessa in corso. L’Europa ha puntato pesantemente sulle esportazioni. L’avanzo commerciale dell’eurozona è stato di 125 miliardi di euro nella prima metà del 2015. Quattro anni fa c’era un deficit di 17 miliardi. Di fatto, l’export è cresciuto del 18%. Regalando una ripresa pallida: negli stessi quattro anni l’espansione dell’eurozona si è fermata all’1%. Ma, senza le esportazioni, calcola Simon Tilford dell’inglese Centre for European Reform, l’economia si sarebbe contratta dell’1,3%. «In sostanza, in assenza di domanda interna e di investimenti, senza esportazioni non ci sarebbe stata nessuna ripresa europea».
Ma adesso? Usa e Gran Bretagna possono compensare nella bilancia commerciale europea il rallentamento dei paesi emergenti? E per quanto tempo? Tilford non crede molto a lungo. Anche l’America non è immune alle battute a vuoto della Cina e degli altri paesi di nuova industrializzazione. E a Washington come a Londra classe politica e opinione pubblica non sono probabilmente disposte a sopportare a lungo deficit commerciali crescenti.
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