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Gli ordini? Sono altre le priorità

Mentre il governo si affanna con un ingiustificato accanimento sul sistema ordinistico, reo di essere il «vero problema» dell'Italia, le aziende italiane delocalizzano e si spostano all'estero. Un esempio che vale per tutti, è il caso Omsa. È il più eclatante ma non il solo di tante aziende italiane che hanno scelto di delocalizzare; 293 operaie licenziate ma non perché l'azienda sia fallita, no_ l'azienda è sana, sanissima.

Ha solo deciso di spostare la propria sede e investire dove è più conveniente, e cioè in Serbia, dietro l'angolo di casa nostra ma non all'interno dei paesi appartenenti alla Ue. Duecentonovantatré famiglie che dovranno fare i conti con gli aumenti massivi del costo della vita imposti dal governo Monti ma senza avere più la loro fonte di reddito. Che in più di un caso era anche l'unica. Il tutto perché l'Italia non offre per le aziende le medesime condizioni favorevoli allo sviluppo esistenti in altri paesi.

La via serba per lo sviluppo delle aziende italiane

E così, si va a produrre in Serbia, proprio perché è uno stato non soggetto ai limiti imposti agli aiuti di stato Cee; dove esistono delle interessantissime agevolazioni per gli imprenditori, che vogliono investire in nuove attività e assumono del personale a tempo indeterminato.

Basta entrare nel sito del ministero degli esteri italiano e scaricare il fascicolo per rendersene conto (http://www.esteri.it/rapporti/pdf/serbia.pdf). Se analizziamo la situazione attualmente vi sono circa 200 aziende italiane presenti in Serbia, il giro d'affari stimato ammonta a 2,4 miliardi di euro e il livello occupazionale è stimato intorno a 18.000 addetti. La presenza di aziende italiane che hanno delocalizzato in Serbia negli ultimi anni si è quasi triplicato, informa l'Istituto per il commercio estero. Oltre alla recente delocalizzazione dell'Omsa il settore industriale italiano maggiormente rappresentato in Serbia è quello della maglieria e dell'intimo; hanno infatti insediato stabilimenti produttivi aziende come Pompea, Golden Lady e Calzedonia. Ma altre aziende hanno scelto la Serbia: l' Adige Bitumi che opera nel settore stradale (asfalti, bitumi e inerti), Fantoni nel settore legno-arredamento, Decotra e AcegasAps nelle multiutilities, Fantini e Ferrariplast nelle costruzioni e prodotti per l'edilizia, Amadori nell'agroindustria, Applicazioni elettriche generali nell'elettromeccanica, Mondadori e Giunti nell'editoria. La stessa Fiat e il governo serbo hanno firmato, a fine 2009, il contratto della joint venture per la creazione di Fiat automobili Serbia (Fas), il 67% di proprietà della Fiat e il 33% dello Stato serbo. La Fiat ha quindi riaperto la sua sede a Kragujevac e così facendo ha ottenuto sgravi fiscali tra i 5.000 e i 10.000 euro annui per ogni posto di lavoro creato nel paese. Ma il fattore ancora più decisivo per la scelta effettuata è che esiste una free zone che permette l'importazione dei semilavorati necessari per produrre le auto senza praticamente pagare tasse.

Dunque, niente imposte al comune di Kragujevac per dieci anni; terreni gratis alle aziende dell'indotto; vantaggiosi accordi commerciali firmati dalla Serbia con Russia, Unione europea e Stati Uniti in base ai quali tutte le produzioni serbe possono essere esportate in quelle aree senza pagare alcun dazio. Da ciò discende in maniera conseguenziale che anche i fornitori della Fiat abbiano scelto di delocalizzare e di seguire l'esempio: la Magneti Marelli, alla fine di maggio 2010, ha firmato un accordo per una nuova fabbrica di componentistica elettronica dove lavoreranno 400 operai, decidendo inoltre di creare in Serbia un magazzino centralizzato che servirà tutti i rivenditori Fiat dell'Europa centrale.

La Fase 2 del governo deve incidere sul vero sviluppo

Ecco su cosa si dovrebbe incentrare la Fase 2 del governo Monti. Sui veri problemi esistenti in Italia che impediscono lo sviluppo. E che di certo non sono gli ordini professionali, che sono invece un settore vitale, produttivo e che dà occasioni di lavoro a centinaia di milioni di giovani, visto che nell'ultimo decennio il numero dei nuovi iscritti è lievitato sino al punto da far raddoppiare quelli già esistenti. Negli ordini c'è un problema di recesso, altro che di eccesso. Sono invece le aziende che sono strozzate dal costo del denaro e del lavoro, dall'incapacità dello stato di saldare i propri debiti, dalle inefficienze pubbliche a cui si sostituiscono diligentemente i professionisti con la loro azione di sussidiarietà svolta con spese a proprio carico e senza nulla chiedere allo stato. Sono questi i temi da trattare e non come liberalizzare un settore che è già libero e liberalizzato. Ma chi sente l'esigenza di avere ancora più professionisti in circolazione, magari non qualificati e controllati? Chi? Il cittadino comune? Certamente, no. E allora a chi interessa liberalizzare (o meglio, deregolamentare ) un settore già libero? La destrutturazione del sistema ordinistico interessa, ovviamente, a chi potrà approfittare per svolgere con scorciatoie e senza alcun vincolo le attività professionali esercitate oggi dai professionisti ordinistici. Banche, assicurazioni, grandi imprese approfitterebbero immediatamente dell'assist (involontario?) ricevuto. Non si spiegherebbe altrimenti il perché si deve intervenire su di un settore che dà ampio spazio ai giovani, che funziona, che produce. Si spiega invece il perché nel fiorente dibattito sul tema siano scomparsi alcuni argomenti. A nessuno sembra interessare (o perlomeno, chi alimenta il dibattito cerca di far intendere questo) cosa ne sarà in un sistema deregolarizzato della qualità della prestazione professionale, del controllo deontologico, della tutela della fede pubblica; tutte condizioni essenziali per salvaguardare il cittadino. Si batte tutto invece sulla necessità di liberalizzare per abbassare i costi, consapevoli però che a ogni liberalizzazione è sempre corrisposto un aumento delle tariffe.

Le liberalizzazioni fanno aumentare i prezzi

È già infatti capitato alle assicurazioni, alle banche, alle ferrovie o alle società del gas o delle autostrade. Le liberalizzazioni che ci sono state in questi ultimi 20 anni hanno prodotto aumenti esponenziali di prezzi e tariffe, recando vantaggi solo ai grandi potentati economici che stanno dietro a questi settori. Quello più clamoroso si è registrato nelle assicurazioni sui mezzi di trasporto che dal 1994 a oggi sono aumentate del +184,1%, contro un incremento dell'inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita). Male anche i servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie ecc.). Sempre tra il 1994 e il 2011 i costi sono aumentati mediamente del +109,2%, mentre l'incremento dell'inflazione è stato pari al +43,3% (in questo caso i costi finanziari sono aumentati 2,5 volte in più dell'inflazione). Anche i trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei prezzi molto consistente: tra il 2000 e il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della vita pari al +27,1%. Se per i servizi postali l'aumento del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressoché pari all'incremento dell'inflazione avvenuto tra il 1999 e il 2011 (+30,3%), per l'energia elettrica la variazione delle tariffe ha subito un aumento più contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell'inflazione (che tra il 2007 e il 2011 è stata del +8,4%). Con questi precedenti chiari e inequivocabili, perché continuare a sostenere che liberalizzare gli ordini professionali potrà agevolare il lavoro dei giovani? E allora a chi servono?

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