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Tra gli operai della città dell’auto pentiti di aver scelto la Brexit. “Torneremo a votare Labour”

«Spero che non ci tocchi di rimpiangere di avere votato per la Brexit». Sulla porta del pub, il metalmeccanico Alan recita un mea culpa fatalista. Bianca e massiccia come lo scafo arenato di una nave, alle sue spalle la fabbrica d’automobili domina l’orizzonte, cinta da una corona di pale eoliche. La Nissan aprì a Sunderland nel 1984, quando era il Giappone, non la Cina, a invadere l’Occidente. Oggi è il più grande stabilimento della Gran Bretagna: dal suo lucido ventre escono 500 mila vetture all’anno, l’80 per cento delle quali destinate all’esportazione, in larga misura in Europa. Il management, nel referendum di quasi un anno fa, annunciò che votava “Remain”, per rimanere nell’Unione Europea, esortando i dipendenti a fare altrettanto, se volevano salvare il posto di lavoro: l’uscita dalla Ue avrebbe costretto a trasferire l’azienda sul continente, per non pagare dazi e non aumentare i prezzi delle macchine.
Ma i dipendenti non diedero ascolto. La sera del 23 giugno scorso, il risultato del referendum a Sunderland fu la prima sorpresa delle urne: un 61 per cento a favore della Brexit. Quando l’esito del voto si diffuse in fabbrica, alla catena di montaggio risuonò un boato da stadio. «Nel mio reparto», ricorda Alan, «diciannove su venti avevano votato Brexit». In inglese c’è un detto, equivalente al nostro darsi la zappa sui piedi: i tacchini – piatto tipico del 25 dicembre in questo paese – non votano a favore del Natale. Eppure con la Brexit è accaduto proprio questo. Undici mesi più tardi, Alan e molti dei suoi colleghi sembrano averci ripensato: un sondaggio del Sunderland Echo, il quotidiano cittadino, rivela che adesso la maggioranza della popolazione locale voterebbe per restare nella Ue. «Ho votato Brexit credendo alla propaganda, frottole come i 350 milioni di sterline alla settimana che sarebbero stati tolti a Bruxelles per darli alla nostra sanità pubblica », ammette Bill, elettricista, anche lui alla Nissan.
Sunderland è una “one industry town”. Tutto gira attorno a un’unica industria. Dentro l’enorme stabilimento lavorano 7 mila persone, altre 40 mila sono impiegate in aziende fornitrici nei dintorni. Praticamente ogni occupazione, in questa cittadina di poco più di 100 mila abitanti, dipende dall’auto: una “car city”, una città dell’auto, Detroit o Torino d’Inghilterra in scala minore. Un tempo la gente del posto lavorava in miniera. Poi le miniere hanno chiuso ed è andata a lavorare nei cantieri navali. Poi hanno chiuso i cantieri ed è andata nella fabbrica d’auto. E se adesso, a causa della Brexit, chiuderà anche la fabbrica?
«La Nissan ha investito troppo su questo stabilimento per poterlo chiudere», scommette Martin, barman del Wearside Farm, dove gli operai vanno a farsi una birra al termine del turno. «Il governo farà qualunque cosa per impedire che la Nissan se ne vada», gli fa eco Dave, uno degli avventori. Non ha torto. Sei mesi or sono l’amministratore delegato della Nissan britannica, Carlos Ghoshn, ha incontrato Theresa May a Downing Street e ha ricevuto la garanzia che «i prezzi delle nostre auto resteranno competitivi». In cambio, lui ha annunciato che la fabbrica resterà a Sunderland. Le modalità del patto sono rimaste segrete. Si dice che la premier abbia promesso un accordo con Bruxelles che esoneri l’industria dell’auto dal pagamento di dazi; oppure compensazioni alla Nissan se ci saranno dazi da pagare. Ma Ghoshn ammonisce: «Riesamineremo di continuo le condizioni della nostra permanenza nel Regno Unito». La mannaia della chiusura resta in agguato.
Quando gli chiedi perché hanno votato per la Brexit, rischiando di danneggiare i propri interessi, la prima risposta degli operai è quasi sempre la stessa: «Troppi immigrati in Gran Bretagna ». Forse in Gran Bretagna, ma non certo a Sunderland, dove solo il 5 per cento degli abitanti è nato all’estero. Continuando a interrogarli, saltano fuori altre motivazioni. «Abbiamo le nostre leggi, non ci servono quelle di Bruxelles», dice Brian. «I nostri lavoratori sono i migliori d’Europa, non abbiamo bisogno degli stranieri», concorda Colin. «Siamo il Paese che ha inventato la rivoluzione industriale e non produciamo più niente, abbiamo perso quel che eravamo», afferma John. Già, e che cosa eravate? Cosa siete? «Siamo classe operaia», risponde Dave con orgoglio. Dunque cosa voterete alle elezioni dell’8 giugno? “Labour”, rispondono in coro. Nel referendum, il Labour li invitava a votare contro la Brexit. Ma lo stesso invito veniva dal governo conservatore di David Cameron. Hanno preferito votare contro il governo. «Volevamo protestare». Contro cosa? Non lo sanno esattamente. Al di là del centro costellato di Poundland, i negozi in cui niente costa più di una sterlina, il lungomare spazzato dal vento si apre su un porticciolo di pescherecci, un vecchio faro e miseri ristorantini di fish and chips. Una cartolina obsoleta, da pre-globalizzazione. Forse è questa la chiave per capire cos’è successo a Sunderland e altrove. «A noi la globalizzazione non ha portato niente», si sfoga Paul, bicipiti tatuati, pure lui operaio alla Nissan. «Sì, ho votato per la Brexit, e allora? Il padrone ci ha detto di votare per l’Europa e gli abbiamo disobbedito ». Un voto per la Brexit un anno fa e un voto per Jeremy Corbyn fra dieci giorni. In fondo, due facce della stessa medaglia.

Enrico Franceschini

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