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Gli occhi dei «big» internazionali sui margini del risparmio italiano

Tutti (o quasi) sotto pressione. Il futuro per il settore dell’asset management delineato a livello globale dal rapporto annuale di Morgan Stanley e Oliver Wyman non appare certo brillante e anzi si presenta ricco di insidie. La mossa a tenaglia dei regolatori (la Mifid 2 che renderà più trasparenti i costi dei prodotti di investimento) e della rivoluzione Fintech (l’ingresso di nuovi soggetti «non tradizionali» che potrebbe trasformare il mondo della distribuzione rendendolo più competitivo) porterà infatti in eredità una sempre maggiore contrazione dei profitti.
Lo scenario è però più vario quando si guarda alle aree singole, e in particolare all’Italia. Nel nostro Paese i margini delle società del risparmio sono infatti relativamente meno compressi e resta limitata la penetrazione dei prodotti a gestione passiva (Etf e fondi che replicano gli indici). La situazione non è però meno complessa, perché tali caratteristiche rendono appetibile ai «big» esteri un mercato come il nostro nel quale, inoltre, la ricchezza da allocare nei prodotti di risparmio resta rilevante.
A livello globale, secondo Morgan Stanley e Oliver Wyman, il prolungato andamento favorevole dei mercati ha permesso finora agli operatori del risparmio di guadagnare tempo. Negli ultimi anni non si è infatti agito sulla leva dei costi, cresciuti invece quasi quanto i ricavi (+8% contro +9% nel 2017 e +3% contro +4% nei 5 anni precedenti) e in genere poco si è fatto per riguadagnare produttività ed efficienza. Ora che il vento alle spalle potrebbe calmarsi (anzi divenire contrario) i rischi aumentano, tanto più se si pensa alle sfide regolamentari e a quelle lanciate dal dirompente ingresso di operatori tech.
In uno scenario estremo in cui il mondo della distribuzione dovesse evolversi verso un sistema di tipo Amazon (cioè un supermercato online) fino al 50% delle commissioni degli asset manager sarebbero a rischio, dato che il mercato potrebbe spingersi verso una struttura di prezzo dei prodotti meno cara, simile a quella imposta da Vanguard sui fondi attivi. La ricetta consigliata è tanto scontata quanto difficile da attuare: tagliare le spese e guadagnare in efficienza. L’automazione dei processi – stima lo studio – potrebbe ridurre i costi fino al 20% e l’outsourcing favorirebbe un ulteriore taglio del 10%, ma per ottenere tali risultati servono investimenti in tecnologia non alla portata di tutti.
L’Italia pare quindi un’eccezione all’interno del sistema. «I margini sono ancora interessanti e la penetrazione dei prodotti passivi è modesta rispetto ad altri paesi europei», spiega infatti a Il Sole 24 Ore Claudio Torcellan, Head of Financial Services South-East Europe di Oliver Wyman, prima però di avvertire che «questa situazione potrebbe portare i grandi player regionali e globali, attivi e passivi, a cercare di aumentare la presenza nel Paese». Il rischio di ingolosire i «big» su scala globale e di trasformarsi in terreno di conquista è dunque reale, anche se non automatico. Le incertezze a livello politico ed economico hanno infatti suggerito prudenza nei confronti del nostro Paese, che inoltre presenta un mercato particolare in cui l’attività di distribuzione è predominante rispetto alla progettazione dei prodotti o alla consulenza e al quale è difficile adattarsi. «Entrare o crescere in Italia imponendo un modello differente, simile a quello nord-americano, non è semplice e necessita di investimenti ingenti», conferma Torcellan.
In un contesto simile gli operatori italiani potrebbero quindi dire ancora la propria, nonostante manchino della potenza di fuoco dei grandi calibri internazionali. «In un’industria che si va polarizzando tra player globali e boutique specializzate nella produzione di soluzioni personalizzate per la clientela, gli asset manager italiani potrebbero sfruttare la crescita per linee esterne in modo da acquisire scala e competenze necessarie a sostenere la competizione», sottolinea Torcellan, che tende anche a relativizzare il problema della dimensione. «La digitalizzazione e le nuove tecnologie riducono l’importanza della scala – puntualizza – e quindi l’industria italiana potrebbe investire per eccellere nella capacità di usare i big data per servire in maniera personalizzata i bisogni dei clienti ».
Difficile in ogni caso per i nostri «campioni» espandersi oltre frontiera, perché manca in Italia una banca di respiro almeno europeo a cui appoggiarsi e servirebbero importanti investimenti verticali per adattarsi alle differenti caratteristiche riscontrabili nel resto del mondo. Raccogliere la sfida per diventare leader in un Paese come il nostro, che dopotutto è il terzo mercato al mondo in termini di risparmio, sarebbe già un enorme risultato.

Maximilian Cellino

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