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Gli Npl? Possono essere strumenti di politica industriale

Politica industriale. Rilancio di aziende in crisi. Salvaguardia di posti di lavoro e di importanti marchi made in Italy. Mentre il fondo Atlante prende consistenza e si attendono le nuove misure per velocizzare i tempi di recupero crediti, sul mercato già si ragiona sul tassello ancora mancante nel «puzzle» che il Governo sta componendo sui crediti andati a male: quello, appunto, della politica industriale. Mischiati nel fardello di crediti deteriorati, non ci sono solo mutui o finanziamenti erogati ad aziende decotte: ci sono anche prestiti erogati ad imprese medio-grandi che si trovano sotto stress finanziario ma che hanno ancora una buona sostanza industriale. Ebbene: queste aziende, appetibili per i fondi cosiddetti di «turnaround», potrebbero essere trattate a parte. In un’ottica, appunto, di rilancio industriale più che di banale recupero del credito.
Andiamo con ordine. Quello che ancora emerge poco dal «puzzle» messo in piedi dal Governo per ridimensionare il problema dei crediti deteriorati (riforma della legge fallimentare, Gacs, fondo Atlante) è il fatto che questi finanziamenti sono tutti diversi l’uno dall’altro. Generalmente si parla di «non performing loans», ma dietro questa definizione ci sono mondi diversi: ci sono mutui, finanziamenti a micro-imprese più o meno garantiti da immobili, oppure prestiti ad aziende di maggiori dimensioni. E dietro ancora ci sono famiglie, imprese, lavoratori, fornitori. Se si cercano investitori disposti a comprare crediti deteriorati, o se si promuovono iniziative come quella del fondo Atlante che dietro ha denaro privato, bisogna dunque segmentare con cura i vari settori: perché per ogni tipo di finanziamento ci sono potenziali investitori differenti. Se un mutuo può interessare a una società attiva nel settore immobiliare (perché può prendersi l’appartamento a prezzi di saldo), un prestito ad un’impresa può interessare altre tipologie di investitori. A seconda delle dimensioni e dello stato di crisi dell’impresa.
Un recente studio di Duke & Kay, presentato ad un convegno un paio di settimane fa, ha segmentato la montagna di crediti deteriorati (341 miliardi lordi a fine 2015) proprio in queste categorie. Si scopre da questi dati che solo una piccola fetta dei crediti andati a male (42 miliardi di euro lordi per l’esattezza) sono stati erogati a persone fisiche. La stragrande maggioranza di finanziamenti dubbi riguarda invece imprese: 146 miliardi di euro riguardano aziende piccole (dal tabaccaio alla micro impresa famigliare), mentre 88 miliardi di euro riguardano imprese con almeno 15 milioni di euro di debiti. Secondo i dati di Duke & Kay dietro questi 88 miliardi (dei quali 27 in sofferenza e 61 catalogati come incagli e ristrutturati) ci sono 3.179 imprese italiane di medie dimensioni. Ebbene: è proprio su questa fetta di crediti che si potrebbe fare una vera politica industriale. Che rilanci quelle aziende (tante o poche che siano) ancora industrialmente sane.
Esistono infatti investitori nel mondo che su imprese di queste dimensioni potrebbero essere disposti a lavorare. Nessuno spenderà mai tempo sulle micro aziende, ma su quelle medio-grandi esiste un mercato: quello dei cosiddetti fondi di «turnaround». Si tratta di soggetti che per lavoro acquistano spesso crediti deteriorati con dietro aziende di medie dimensioni, per fare un’operazione semplicissima: convertono il credito (tutto o in parte) in azioni della società, ne diventano azionisti, inseriscono nuovi manager, preparano un piano industriale nuovo e rilanciano l’azienda. Da un credito deteriorato, da una «zavorra» nei bilanci delle banche, questi fondi possono dunque non solo estrarre valore ma anche rilanciare un asset industriale con tutti i suoi dipendenti, fornitori e clienti. Questa non è un’attività di recupero del credito, ma di rilancio.
Ecco perché favorirla, magari con un’iniziativa ad hoc, vorrebbe dire fare politica industriale. Tra gli addetti ai lavori c’è chi sarebbe favorevole al lancio, accanto al fondo Atlante, anche un fondo o un soggetto in grado di attirare l’appetito dei fondi di «turnaround». Se Atlante è studiato per ricapitalizzare le banche in crisi e per comprare le tranche «junior» delle cartolarizzazioni di crediti deteriorati, perché non proporre qualcosa di simile per la fetta specifica di grandi crediti alle aziende? Questo sarebbe un ulteriore tassello di un «puzzle» sempre più grande.

Morya Longo

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